asintomatici

Asintomatici a lungo termine e rientro al lavoro

Come gestire i casi di lavoratori positivi asintomatici che però non negativizzano dopo i 21 giorni? Vediamo insieme quali sono le indicazioni a riguardo.

Sappiamo che sono molte le persone infette in grado di trasmettere il virus Sars CoV-2 pur senza che queste manifestino alcun sintomo. Si tratta dei cosiddetti individui asintomatici. Cosa vuol dire tutto questo? Stiamo parlando di persone cioè, che hanno contratto il nuovo coronavirus e sono quindi positive, in grado di trasmettere una carica virale tale da infettare altre persone ma che non manifestano sintomi.

Quello delle infezioni asintomatiche è sicuramente un problema di salute pubblica da non sottovalutare. Analogo discorso vale in ambito lavorativo.

Se fino a inizio aprile non avevamo indicazioni precise sulle misure da mettere in campo. Questo perché, le indicazioni si focalizzavano principalmente sulle persone che avevano sviluppato sintomi e non sui casi asintomatici. Ora non è più così.

Infatti si è preso atti che la presenza di persone positive asintomatiche o presintomatiche negli ambienti di lavoro può essere un rischio. Qusto proprio in virtù delle particelle virali che questi ultimi possono trasmettere. Non ci deve meravigliare quindi il fatto che nell’ultimo Protocollo è stata pensata una procedura ad hoc per il loro rientro al lavoro.

Lavoratori asintomatici e rientro al lavoro

Chi abbia contratto il Covid-19 e continui a essere positivo al test molecolare dopo 21 giorni dalla comparsa dei sintomi. Pur potendo interrompere l’isolamento. Non può rientrare al lavoro finché non si sarà negativizzato.

E’ questa una delle principali indicazioni contenute nel Protocollo di aggiornamento delle misure per il contrasto e il contenimento del Coronavirus negli ambienti di lavoro. Ricordiamo che il Protocollo è stato aggiornato lo scorso 6 aprile per integrare e, in parte, sostituire anche alla luce degli aggiornamenti normativi le disposizioni contenute in quello dello scorso 24 aprile 2020.

In particolare ha rivisto vari temi tra qui quelli dei dispositivi di protezione, della gestione delle trasferte, delle attività formative e della sorveglianza sanitaria.

Le nuove indicazioni del Protocollo

Partendo dai dispositivi di protezione, il nuovo Protocollo, dopo aver ribadito che va privilegiato il lavoro agile o da remoto, chiarisce una cosa importante. Cioè che negli spazi condivisi, al chiuso e all’aperto e fermo restando il mantenimento della distanza interpersonale di almeno un metro. C’è sempre l’obbligo di indossare la mascherina chirurgica. In questo modo anche in caso di presenza di lavoratori asintomatici inconsapevoli un certo livello di sicurezza è comunque garantito.

Restano chiaramente salvi i casi in cui la mansione non comporti DPI più protettivi. L’indicazione è più restrittiva rispetto a quella del primo protocollo. Esso imponeva la mascherina solo per mansioni comportanti una distanza interpersonale inferiore a quella fissata. L’uso della mascherina non è necessario solo per le attività svolte in condizioni di isolamento.

Cambia anche l’approccio rispetto alle trasferte. Ora sono possibili previa valutazione dell’andamento epidemiologico delle sedi di destinazione da parte del datore di lavoro. Ciò in collaborazione con il medico competente, ove presente, e il responsabile del servizio di prevenzione e protezione.

Continuano a non essere consentite le riunioni in presenza, fatti salvi i casi di necessità e urgenza in cui non sia possibile il collegamento a distanza e comunque sempre con uso delle mascherine.

Sospesi anche gli eventi interni e le attività di formazione in aula, anche obbligatoria. Alcune deroghe sono state però introdotte dal Dpcm del 2 marzo, fra cui quella per gli esami di qualifica dei corsi Iefp e per i corsi in materia di sicurezza sul lavoro.

L’importanza del medico competente

In materia di sorveglianza sanitaria viene ancora più rimarcato il ruolo del medico competente. Egli attua, fra l’altro, la sorveglianza sanitaria eccezionale dei lavoratori fragili secondo quanto previsto dal Dl 34/2020. Può anche suggerire l’adozione di strategie di testing o screening, se ritenute utili al contenimento del virus.

L’importanza del medico competente è evidenziata anche da una circolare del 12 aprile del Ministero della Salute. Questa integra il nuovo protocollo in materia di riammissione in servizio, anche di lavoratori asintomatici.

Sarà a quest’ultimo, ove nominato, che andrà indirizzato il referto molecolare negativo necessario per il rientro di chi era rimasto positivo dopo 21 giorni dalla ocmparsa dei sintomi.

Sarà poi sempre il medico competente a dover verificare l’idoneità alla mansione dei lavoratori ammalati con sintomi gravi o per cui è stato necessario il ricovero una volta che si siano negativizzati. Si tratta di una visita da effettuare anche per assenze sotto i60 giorni continuativi.

Tempi ridotti per il rientro sono previsti dalla circolare per i lavoratori positivi con sintomi meno gravi e per gli asintomatici. Una volta negativizzati, nel primo caso il via libera può arrivare dopo 10 giorni di isolamento, di cui almeno 3 senza sintomi. Nel secondo invece, dopo soli 10 giorni.

Una quarantena di 10 giorni spetta, infine, anche al lavoratore che sia stato un contatto stretto di un caso positivo, al termine dei quali per il reingresso in azienda serve un tampone negativo.