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Attività commerciale chiusa per errore, si al risarcimento!

Spetta il risarcimento danni all’attività che sia stata erroneamente chiusa dalla Prefettura per contenere la pandemia, equivocando sul tipo di attività prestata.

Lo sottolinea il Tar di Napoli con la sentenza 4 febbraio 2021 numero 789, relativa a un grossista di materiale elettrico. Tra il 9 e il 23 aprile 2020, in pieno lockdown, la Prefettura aveva applicato il Dpcm del 22 marzo 2020.

Dunque per arginare i contagi, aveva disposto, con effetto immediato, la sospensione dell’attività di commercio all’ingrosso di materiale elettrico. Ritenendola priva di un organico inserimento nella filiera produttiva relativa ai servizi essenziali.

Attività di commercio all’ingrosso e “servizi essenziali”

Nel caso specifico, il grossista di tale materiale aveva inoltrato alla Prefettura una dettagliata comunicazione. Ciò al fine di proseguire l’attività, allegando numerose attestazioni provenineti da imprese destinatarie dei suoi prodotti.

Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 22 marzo 2020 aveva infatti distinto tre categorie di attività commerciali che potevano continuare a svolgere attività durante l’emergenza sanitaria. Aveva distinto tra attività attività corrispondenti a specifici codici Ateco, erogazione di servizi essenziali, ed infine attività funzionali a quelle rientranti nelle due categorie precedenti.

Anche se l’impresa che gestiva il commercio all’ingrosso di materiale elettrico aveva esibito un certificato della Camera di Commercio relativo a materiale elettrico. Non solo, aveva altresì dimostrato rapporti commerciali con primarie imprese quali la Terna SpA ed alcune Ausl. Secondo la Prefettura però non si trattava di “attività funzionale a servizi essenziali”.

La sentenza del Tar

Il Tar tuttavia ha espresso una opinione diversa. Ha infatti osservato che i codici Ateco delle attività autorizzate dal decreto del marzo 2020 comprendevano il controllo di impianti elettrici e le relative forniture. Questo con la conseguenza che la chiusura per circa 15 giorni non era corretta.

Per tale periodo, l’impresa ha ottenuto un risarcimento danni di circa € 5.000,00 a carico della Prefettura.

L’importo, anche se esiguo, ha una sua rilevanza. Questo in quanto è collegato ad un provvedimento amministrativo che ha impedito una attività. Di solito, infatti, il risarcimento di danni a carico della pubblica amministrazione scaturisce da errori nelle gare di appalto. Ovvero quando un contratto è erroneamente aggiudicato ad una impresa concorrente.

L’impresa campana, non è stata invece riconosciuta vittima di un errore in una gara di matrice commerciale. Bensì ha ottenuto un risarcimento quale titolare di un “interesse oppositivo”. Cioè di un interesse a che l’amministrazione non ostacoli una attività già in corso.

Lo stesso principio può essere ora adottato anche per altre iniziative giudiziarie, come quella delle estetiste. Il Tar Lazio (1862/2021), ha equiparato la categoria a quella dei parrucchieri, all’interno dei “servizi alla persona”. Ci si chiede dunque se questi sarebbero dovuti restare aperti in quanto essenziali, anche nel periodo di misure contro la pandemia.

La logica è infatti la stessa di quella vittoriosamente fatta valere dall’impresa campana di materiale elettrica.