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Colf e badanti. Svolgere l’attività in ambienti sani

Colf ed emergenza sanitaria. Il coronavirus “infetta” il lavoro domestico. Fa scattare sulle famiglie, infatti, la responsabilità di ambienti di lavoro salubri per colf e badanti.

Nonché l’obbligo d’informazione di eventuali rischi relativi a particolari agenti chimici, fisici e biologici (come il virus Covid-19).

A stabilirlo è l’art. 27 del Ccnl lavoro domestico (l’obbligo, di fatto, è scattato con l’emergenza del nuovo virus). Due, inoltre, i problemi ricorrenti per le famiglie.

La paura di essere contagiati dalla colf rientrata dall’estero. All’opposto, la tata che scappa via per paura del contagio.

A seguito della diffusione del Coronavirus (COVID-19) e della pubblicazione del DPCM 11 marzo 2020. Nonché del Decreto Legge n. 18 del 17 marzo 2020.

Riassumiamo le novità riguardanti la gestione dei rapporti di lavoro domestico, prima fra tutte la sospensione dei termini di versamento dei contributi previdenziali e assistenziali. Nonché dei premi obbligatori.

Il lavoro domestico non rientra tra le attività sospese

Il DPCM dell’11 marzo 2020 come sappiamo ha sospeso in tutto il territorio nazionale, oltre alla maggior parte degli esercizi commerciali, anche le attività di servizi alla persona.

Il decreto, però, non menziona tra le attività di servizio alla persona il lavoro domestico. Ad esempio colf, badanti e baby sitter.

Obbligando di fatto il Ministero dell’Interno a pubblicare maggiori indicazioni con apposite FAQ. In queste FAQ, infatti, viene chiarito che le prestazioni di lavoro domestico non rientrano tra i servizi alla persona, oggetto di sospensione.

Come le attività produttive, quindi, anche le attività di lavoro domestico possono proseguire, purché sia assicurato il rispetto delle indicazioni per prevenire il contagio.

  • Igiene delle mani e delle superfici.
  • Distanziamento sociale, ove possibile.
  • Utilizzo dei dispositivi di protezione (mascherine e guanti).

In generale, sarà necessario, ove possibile, seguire le linee guida indicate nel “Protocollo condiviso sulle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro”, pubblicato in data 14 marzo 2020.

Smart working più facile?

L’iter è proposto come palliativo al blocco totale delle attività di lavoro. Questo rappresenta una delle misure obbligatorie per i comuni. Ovvero aree interessate al fenomeno del coronavirus.

Il dpcm liberalizza l’utilizzo del lavoro agile stabilendo l’applicabilità a ogni rapporto di lavoro subordinato anche in assenza di accordi.

L’operazione sembra introdurre più problemi che soluzioni. Infatti proprio l’assenza della necessità del preventivo accordo getta in una sorta di limbo giuridico sia il datore di lavoro che il lavoratore.

Può il datore di lavoro imporre o il lavoratore può pretendere che si lavori da casa? E se uno dei due è contrario o si rifiuta?

Per avere meno problemi resta l’alternativa del telelavoro. Anch’esso una modalità di svolgimento del lavoro fuori dall’azienda nell’ambito di un contratto di lavoro dipendente.

Disciplinato dai Ccnl in base all’accordo del 2004. Il telelavoro consente di lavorare da casa collegandosi all’azienda da remoto con un pc (o altri strumenti).

Lo smart working, invece, consente di svolgere l’attività dove pare. A casa. Al mare. Per strada.

La differenza, quindi, è che nel telelavoro la postazione è fissa e determinata. Nel telelavoro, inoltre, l’orario di lavoro è predefinito. Nello smart working il lavoratore non ha precisi vincoli.

La gestione di colf e badanti

Le colf sono, per lo più, lavoratori di origine straniera, come tali più propensi a muoversi fuori dai confini nazionali. Il rientro in famiglia può mettere giustamente in allerta sul rischio contagio.

Tanto più se destinati ad accudire familiari di una certa età (per i quali il coronavirus è più pericoloso).

In questi casi, la famiglia può ricorrere alla c.d. «sospensione di lavoro extraferiale», ex art. 19 del Ccnl. Per esigenze del datore di lavoro. La norma stabilisce che è possibile disporre una sospensione del lavoro per un prefissato periodo.

Possono essere le canoniche due settimane di quarantena. Ferma restando la corresponsione della retribuzione.

Una sorta di ferie forzate, dunque, con cui il domestico è messo a riposo a spese della famiglia. La quale in questo modo, però, a torto o a ragione, riduce la propria ansia.

L’altro “caso strano” è la tata che scappa via per paura di contagio. La situazione si può facilmente risolvere con il licenziamento. Resta però il problema di trovare chi la sostituisce.

La sicurezza delle colf

Più importante appare il problema della sicurezza delle colf. Ai sensi dell’art. 27 del Ccnl, infatti, i domestici hanno “diritto a un ambiente di lavoro sicuro e salubre”, salubrità su cui, chiaramente, impatta in modo importante il coronavirus.

Inoltre, sempre l’art. 27 stabilisce l’obbligo per il datore di lavoro di informare il lavoratore circa eventuali rischi esistenti nell’ambiente di lavoro relativi (…) a particolari agenti chimici, fisici e biologici.

Tale obbligo è da ritenersi sicuramente scattato, con l’avvio dell’emergenza coronavirus. Meno chiari sono gli orizzonti verso i quali la situazione può svilupparsi: a fronte di un eventuale contagio, chi può escludere che la colf non faccia causa alla famiglia?

Le regole per i lavoratori domestici

L’art. 27 del Ccnl attribuisce alle colf il “diritto di un ambiente di lavoro sicuro e salubre” (salubrità che, chiaramente, genera implicazioni con problema del coronavirus). Inoltre, il datore di lavoro deve informare il lavoratore circa eventuali rischi esistenti nell’ambiente di lavoro relativi (…) a particolari agenti chimici, fisici e biologici.

Come gestire la malattia della colf

In caso di malattia. Al domestico spetta la conservazione del posto per 10 giorno. Se lavora in famiglia da non più di 6 mesi.

Invece i giorni diventano 45 se lavora di più di 6 mesi e fino a 2 anni. Ovvero di 180 giorni se lavora da più di 2 anni.

Durante tutto questo periodo, al domestico è garantita la retribuzione (il 50% solo per i primi tre giorni di malattia).

Conclusioni

Per ora concludiamo l’articolo. Se lo hai trovato interessante registrati alla nostra newsletter sicurezza sul lavoro per restare sempre aggiornato!