comitato coronavirus

Comitato coronavirus, le domande ricorrenti

Dalla introduzione del comitato coronavirus grazie ai protocolli condivisi tanti dubbi e domande si sono susseguite.

Datori di lavoro, RSPP, Medici Competenti, lavoratori. Sono molti i soggetti che si interrogando su questi Comitati. Affrontiamo le domande più frequenti.

La costituzione di questo comitato è oggetto di un punto specifico tanto nel Protocollo per gli Ambienti di Lavoro (punto 13), quanto nel Protocollo per i Cantieri (punto 10). Il Comitato è citato anche nel terzo Protocollo relativo al Trasporto.

Chi sono i componenti del Comitato coronavirus?

I Protocolli del 24 aprile non dispongono nulla sulla composizione del Comitato, salvo che ad esso partecipano le rappresentanze sindacali aziendali ed i RLS. Questa è, quindi, l’unica presenza da cui non si può prescindere: RSA e RLS (non altri lavoratori che non abbiano quelle qualifiche, peraltro).

In realtà, si tratta di componenti “necessari” soltanto nel caso in cui tali figure esistano all’interno del luogo di lavoro. Potrebbero anche non esserci, ed infatti, i Protocolli contemplano la possibilità che il Comitato Aziendale non venga costituito.

L’altra presenza che si deve ritenere necessaria è quella della parte datoriale. E’ bene precisarlo, anche se non è menzionata. Del resto, il Comitato coronavirus è costituito “in azienda”, con lo scopo di applicare e verificare il Protocollo Aziendale.

Questo è atto (e documento) del datore di lavoro. Sarebbe impensabile un Comitato coronavirus, costituito per gestire il fenomeno Covid-19 in azienda, che non veda la presenza del datore di lavoro.

Altra questione è, invece, chi debba farne parte in rappresentanza dell’azienda. Parte datoriale e parte sindacale sono dunque gli unici componenti necessari del Comitato.

Al Comitato deve partecipare il datore di lavoro personalmente?

Non è obbligatorio che il Comitato coronavirus veda la presenza personalmente del datore di lavoro. Intendendo per tale il soggetto individuato ai sensi dell’art. 2 comma 1 lettera b) del Decreto 81/08.

Sarà componente del Comitato il soggetto che il datore di lavoro riterrà di designare in funzione della organizzazione aziendale. Nonché delle proprie scelte, appunto, datoriali.

Potrà trattarsi del delegato art. 16, ove esistente. Ma anche di un delegato “generico”, per dire così, appositamente indicato per lo scopo.

Potrebbe essere un soggetto appartenente alle funzioni della produzione, delle risorse umane, dell’HSE, e così via. Potrà anche trattarsi di più soggetti tra questi, qualora il datore di lavoro ritenga che sia opportuno.

La sola condizione, che sembra doversi individuare, è che si tratti di una figura che occupa un ruolo aziendale significativo e adeguato alla funzione del Comitato e quindi al confronto con la parte sindacale.

Al Comitato coronavirus devono partecipare necessariamente il RSPP e il Medico Competente?

I Protocolli del 24 aprile non richiedono nessuna composizione specifica del Protocollo, a parte la presenza di RSA e RLS.

Il fatto che essi nulla dicano sulla partecipazione al Comitato di RSPP e Medico competente  è chiaro indice della scelta di lasciare libertà nella costituzione dell’organismo.

Una presenza obbligata del RSPP e/o del MC. D’altro canto, non appare giustificata né dalla natura di questo organo collegiale. Sostanzialmente concepito come un soggetto di partecipazione delle parti sindacali. Né dalla sua funzione, che appare disegnata come momento di confronto e di partecipazione.

RSPP e MC non appaiono, a maggior ragione quali soggetti esterni alla organizzazione. Naturali elementi costitutivi di questa realtà di partecipazione. Anzi la loro presenza si mostra per molti versi poco in linea con la funzione dell’organismo.

Naturalmente, le azioni e le valutazioni di RSPP e MC potranno ben essere utilizzate e valorizzate dal Comitato coronavirus nell’esercizio delle proprie funzioni.

Diversa può essere la risposta se le aziende aderiscono ad organizzazioni firmatarie di specifici Protocolli che dispongono in tal senso (ad esempio il Protocollo Moda del 15 aprile 2020). Ma certo sono funzioni che poco hanno a che vedere con la funzione partecipativa dell’organismo quale momento di confronto aziendale.

La libertà di composizione si traduce anche, in termini concreti. Nella mancanza di un obbligo di un RSPP (esterno, per l’interno ovviamente la dinamica è tutt’altra trattandosi di un rappresentante della parte datoriale in senso lato) o di un MC.

Di divenire componente di un Comitato Aziendale contro la sua volontà, o comunque in forza di un qualche inesistente automatismo con la funzione.

Quali funzioni ha il Comitato coronavirus?

I punti dei due Protocolli del 24 aprile che introducono i Comitati si intitolano entrambi “Aggiornamento del Protocollo di Regolamentazione”.

La funzione del Comitato Aziendale è così già chiaramente indicata. Si tratta di un organismo il cui scopo è di fare in modo che il Protocollo Aziendale sia aggiornato alle esigenze di un fenomeno in continua evoluzione.

I due Protocolli enunciano in maniera identica anche la funzione del Comitato coronavirus nel corpo dei due articoli. Comitato “per l’applicazione e la verifica delle regole del protocollo di regolamentazione”. Applicazione, verifica, aggiornamento. Il Comitato Aziendale è strumentale a questi obiettivi.

La logica è quella della partecipazione. Nel Protocollo Servizi Ambientali del 19 marzo 2020, il paragrafo che costituisce il  Comitato si intitola “Partecipazione-Livello Aziendale”.

I Protocolli nascono da un esplicito invito del DPCM 11 marzo 2020 ad intese “tra organizzazioni datoriali e sindacali”. I Comitati sono il risultato di quelle intese. Nonché lo strumento attraverso cui le parti che le hanno firmate hanno voluto poi dare a questa partecipazione una continuità di azione.

In cosa consiste la funzione del Comitato coronavirus di “verifica” del Protocollo?

La natura spiccatamente sindacale e partecipativa del Comitato consente di dare un significato ben definito alla nozione di “verifica”.

L’unica che potrebbe far insorgere qualche incertezza sull’ambito di azione del Comitato coronavirus, sul contenuto delle sue attività. In ultima analisi anche sulla rilevanza giuridica di esse (anche in termini di responsabilità).

La parola “verifica”, infatti, ha un peso particolare. Quando si parla di sicurezza sul lavoro, in quanto teoricamente affine a concetti come “vigilanza”, “controllo”, e simili.

In realtà, già sul piano letterale, si può innanzitutto osservare che non si parla, appunto, di “vigilanza”. Intesa come azione puntuale di controllo momento per momento specificamente finalizzata ad accertare l’osservanza delle regole ed a prevenirne la violazione.

Già letteralmente, dunque, il Comitato coronavirus non compie attività di vigilanza operativa. Ma è soprattutto sul piano sistematico, che la “verifica” non può essere letta come “vigilanza”.

Anzitutto perché il sistema aziendale di vigilanza sulle regole già esiste. Esso certamente opera per le regole anti-contagio come per ogni altra regola di prevenzione.

Creare un organo di vigilanza ulteriore, al di fuori inoltre di ogni schema normativo, è del tutto inutile ai fini della tutela. Nonché fonte di confusione ai fini dell’applicazione.

In secondo luogo perché la funzione di vigilanza è del tutto estranea alla logica della partecipazione. Laddove la nozione di “verifica” indica invece in maniera chiara l’intento delle parti firmatarie.

Dunque quali sono le sue funzioni?

Assoggettare il Protocollo Aziendale a momenti di analisi partecipata, nei quali appunto “verificare” assieme se le regole previste hanno dato buona prova di sé. Nonché se sono compatibili con l’organizzazione e con il suo funzionamento. Ancora, se sono adeguate rispetto all’andamento del fenomeno pandemico, e così via.

Ogni diversa interpretazione, che attribuisse al Comitato coronavirus funzioni di vera e propria vigilanza, dovrebbe fare i conti con una serie di questioni di difficile soluzione.

La rispondenza costituzionale e legislativa di un organismo avente funzioni di vigilanza ma creato da parti private. Ancora, le modalità di esercizio della vigilanza. L’esistenza o meno di poteri in capo al Comitato, e se sì di quale natura.

La disciplina delle conseguenze in caso di accertamento delle violazioni. Non per ultima infine la responsabilità dei componenti del Comitato per omessa o inadeguata vigilanza.

Quale rapporto esiste tra le figure del sistema di sicurezza aziendale e il Comitato?

La costituzione del Comitato coronavirus non fa venire meno, ovviamente, il sistema di sicurezza aziendale operante ai sensi del Decreto 81/08. Tuttavia neppure si affianca ed aggiunge ad esso come una sorta di organismo ulteriore che replica le funzioni di quel sistema.

Così come RSPP e MC concorrono alla definizione delle misure nell’ambito delle loro funzioni. Supportando il datore di lavoro secondo lo schema consueto e ben noto.

Così i soggetti aziendali della sicurezza continuano a svolgere il loro ruolo nella fase di attuazione delle regole di prevenzione anti-contagio.

Lo faranno i dirigenti ed i preposti per la operatività concreta e per la vigilanza. Così come il RSPP e il MC per l’esercizio del loro ruolo.

Il Comitato coronavirus si pone ad un altro e diverso livello, di confronto sull’andamento delle cose. In sostanza, il Comitato è la sede istituzionalizzata in cui parte datoriale e parte sindacale sono chiamate a svolgere il proprio confronto partecipativo.

In quella sede, il Comitato ragiona sui dati e sulle informazioni che le funzioni aziendali avranno raccolto nell’esercizio della loro attività. Quei dati e quelle informazioni costituiranno il presupposto di conoscenza necessario al Comitato per determinare se il Protocollo è davvero applicato. Nonché per verificare se le misure sono attuate in maniera soddisfacente, se necessitano di correttivi, e così via.

Che rapporti ci sono tra il Comitato coronavirus e l’Organismo di Vigilanza 231?

L’Organismo di Vigilanza 231 conforma il proprio operato, in relazione al rischio COVID-19, secondo i canoni che gli sono propri. Cioè nell’ambito delle regole tracciate dal Modello di Organizzazione e Gestione dell’ente.

Da questo punto di vista, tra Comitato e OdV non ci sono relazioni particolari. Né rapporti privilegiati, né posizioni conflittuali, né sovrapposizioni.

Per il Comitato coronavirus, la presenza e/o l’operato dell’OdV rimangono questioni sostanzialmente estranee e di nessun interesse. Il Comitato non è certo la sede per sindacare il generale approccio dell’ente alla materia della sicurezza sul lavoro.

Per l’OdV, potrà essere utile conoscere gli esiti delle attività del Comitato e le valutazioni espresse da questo. Trattandosi di una delle fonti informative utili a compiere la generale azione di vigilanza sulla attuazione del Modello 231.

Il Comitato Aziendale può non esserci?

Per testuale previsione dei Protocolli del 24 aprile 2020, può accadere che “non si dia luogo alla costituzione di comitati aziendali”.

Ciò può essere dovuto alla “particolare tipologia di impresa”. Ad esempio dovuta alle dimensioni o all’organizzazione. Nonché alla struttura. Incompatibili con la configurazione di un organo partecipativo.

Ovvero al “sistema delle relazioni sindacali” (mancanza di RLS, di RSA, o altro). In ogni caso è scritto in maniera inequivocabile, che un Comitato coronavirus aziendale può non essere costituito.

Probabilmente, il tenore del Protocollo va inteso nel senso che, là dove RLS e/o RSA vi siano. Il Comitato va costituito. Ma il dato letterale è chiaro.

Questo risponde anche alla domanda, se sia applicabile una sanzione e quale, quando si accerti che un Comitato non è stato costituito. Nonché risponde all’ulteriore domanda, quali responsabilità si configurerebbero in caso di infortunio da Covid-19 in un’azienda senza Comitato.

Non si riesce davvero ad immaginare, su quali basi normative ed in riferimento a quali norme potrebbe affermarsi l’applicabilità di una sanzione. Ovvero dichiararsi l’esistenza di una  responsabilità per il mero fatto della mancata costituzione del Comitato.

Sarebbe paradossale che l’invito del DPCM a intese sindacali. Dopo essersi trasformato nella più o meno inconsapevole culla di regole tra privati divenute norme generali. Diventasse anche il primo esempio di responsabilità penale o amministrativa per omessa partecipazione sindacale.

Si può semmai osservare, da ultimo, che proprio la soluzione prevista nel Protocollo del 24 aprile 2020 in caso di mancanza del Comitato Aziendale. Cioè la istituzione di un Comitato Territoriale composto dagli Organismi Paritetici. Conferma una volta di più la natura del Comitato quale organo di partecipazione, e non quale nuova figura del sistema di sicurezza aziendale.

Si può ipotizzare un Comitato Aziendale quando mancano RSA e RLS?

Quando mancano in azienda sia la RSA che il RLS, la costituzione di un Comitato Aziendale si risolve in una formalità senza sostanza e senza significato.

Posto che vi è solo la parte datoriale e posto che le funzioni aziendali operano comunque al di fuori del Comitato. Sarebbe pertanto improprio pretendere di trovarlo, in sede ispettiva. Sarebbe altrettanto improprio costituirlo (magari solo per mostrare in sede ispettiva che esiste).

Quando mancano RSA e RLS e il Comitato Aziendale non si costituisce. Ciò che i Protocolli del 24 aprile prevedono è che siano le rispettive organizzazioni sindacali ad attivarsi.

In particolare attraverso gli Organismi Paritetici. Per istituire un Comitato Territoriale. La partecipazione e il confronto si spostano quindi a livello territoriale.

Il Comitato è solo per l’emergenza COVID-19?

Alla base della introduzione del Comitato c’è la dichiarata esigenza di applicazione e verifica delle regole scritte per gestire la fase emergenziale anti-contagio.

Il Comitato opera solo ed esclusivamente in funzione delle regole del Protocollo. Non come organismo che si occupa della sicurezza nei luoghi di lavoro nel loro insieme.

Per lo stesso motivo, quando il fenomeno pandemico si esaurirà, si ritiene che porterà via con sé tutto ciò che ha creato. Dai Protocolli Aziendali, ai Comitati, alle misure di emergenza.