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La corte dei diritti dell’uomo: paletti sulle telecamere!

La Corte dei diritti dell’uomo si esprime sulla installazione di telecamere in un negozio per evitare furti da parte dei dipendenti. Decisivo il sospetto di gravi irregolarità e l’esigenza di proteggere i propri beni.

Il supermercato è un luogo aperto al pubblico e la sorveglianza è stata di breve durata e limitata solo al luogo in cui si trovavano le casse, senza coinvolgere attività di natura privata dei lavoratori. Di conseguenza, le condizioni d’uso e la sorveglianza disposta dal datore di lavoro non contrastano con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Lo ha stabilito lo scorso 17 ottobre, ribaltando il verdetto della Camera del 2018, la Grande Camera della Corte di Strasburgo nella causa Lòpez Ribalta e altri contro la Spagna.

La decisione della Corte di Strasburgo

Il ricorso alla Corte era stato presentato da alcuni dipendenti di un supermercato per i quali l’installazione di alcune telecamere, decisa dal datore per individuare i responsabili del furto di prodotti, avvisando i dipendenti solo dell’esistenza di alcune telecamere, nascondendone altre, era contraria alla Convenzione. La Camera, con la sentenza del 2018, aveva accolto il ricorso ritenendo violato l’articolo 8 che assicura il rispetto della vita privata, ma aveva dato il via libera allo Stato sull’utilizzo dei filmati nel processo, in presenza di alcune condizioni.

Il Governo spagnolo aveva chiesto che il caso fosse portato dinanzi alla Grande Camera che ha dato ragione a Madrid. Prima di tutto, Strasburgo ha fissato i parametri per valutare se le misure di videosorveglianza disposte nei luoghi di lavoro siano proporzionali, chiarendo che i criteri fissati dalla Corte europea per il controllo di email (sentenza Barbelescu) sono applicabili alla videosorveglianza.

Per la Grande Camera della Corte di Strasburgo, le autorità nazionali devono garantire un giusto equilibrio tra gli interessi in gioco ossia il rispetto della privacy da un lato e, dall’altro lato, l’esigenza datoriale di proteggere i propri beni e assicurare il buon funzionamento dell’attività economica, soprattutto esercitando il proprio potere disciplinare.

In questa vicenda, i giudici spagnoli avevano effettuato un giusto bilanciamento anche perché la mancata informazione preliminare ai dipendenti sull’installazione di alcune telecamere era giustificata dal sospetto di gravi irregolarità e dalle perdite economiche per il datore di lavoro, circostanze che “possono essere considerate come giustificazioni serie” per una limitazione della privacy. E questo, osserva la Corte, soprattutto quando c’è il sospetto che si tratti di una azione concentrata tra più dipendenti. Possibile, poi, l’utilizzo dei filmati nel corso del processo quando non si tratta dell’unico elemento di prova.

Le ripercussioni

La sentenza di Strasburgo non dovrebbe incidere sulla normativa italiana in materia di videocontrolli, possibili a determinate condizioni e per la quale fa da punto di riferimento l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori (legge 300/1970) come modificato dal D.Lgs 151/15.

Il nuovo testo consente, infatti, al datore di installare impianti audiovisivi e altri strumenti da cui derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, purché questi strumenti siano impiegati solo per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e la loro installazione sia avvenuta previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di accordo, sia stato ottenuto il via libera preventivo dell’Ispettorato nazionale del lavoro.

Secondo il garante della privacy  la sentenza della Corte di Strasburgo se da una parte giustifica, nel caso di specie, le telecamere nascoste, dall’altra conferma però il principio di proporzionalità come requisito essenziale di legittimazione dei controlli in ambito lavorativo.

L’installazione di telecamere nascoste sul luogo di lavoro è stata infatti ritenuta ammissibile solo perché, nel caso sottoposto, ricorrevano determinati presupposti. La videosorveglianza occulta, ha messo in guardia il Garante, è dunque ammessa solo in quanto extrema ratio a fronte di gravi illeciti e non può diventare una prassi ordinaria.

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