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Ricorso per non idoneità dovuta alla vaccinazione Covid?

Nel caso in cui il lavoratore rifiuti la vaccinazione e da ciò derivi una non idoneità può fare ricorso. Le Faq pubblicate dal Garante privacy hanno messo in evidenza un altro aspetto. Approfondiamo insieme!

Questo nelle discussioni di queste settimane sulla gestione del dipendente che rifiuta di sottoporsi alla vaccinazione anti Covid è rimasto sottotraccia. Il datore di lavoro non può trattare dati sanitari degli addetti, nemmeno in caso di vaccinazione.

Il ricorso all’Asl in caso di non idoneità

Il Garante non ha, tuttavia, alzato uno scudo non valicabile sul tema. Piuttosto ha ricordato qual’è l’unico soggetto che è legittimato a fare accertamenti sulla vaccinazione del dipendente. Il medico competente aziendale.

Non è stato messo in dubbio che, per alcune attività specifiche, il rifiuto del vaccino possa compromettere l’idoneità del lavoratore alla mansione. Tuttavia, tale giudizio deve passare attraverso il medico competente, nell’ambito della sorveglianza sanitaria che ogni azienda è tenuta ad attuare.

Questo parere può essere richiesto dal datore di lavoro, oltre ad essere svolto durante i controlli periodici. In occasione della visita, il medico esprime, in totale autonomia, un giudizio sulla compatibilità tra la mancata vaccinazione. Nonché, più in generale, sulle condizioni fisiche del dipendente, rispetto alla mansione specifica cui è assegnato. Avverso il giudizio, come sappiamo, è sempre ammesso ricorso.

Si tratta di un giudizio che analizza due ambiti. Il grado di idoneità alla mansione e la durata della eventuale limitazione. Questo risulta vincolante per il datore di lavoro, che deve attenersi con rigore alle indicazioni ricevute.

La mancata vaccinazione potrebbe essere valutata come elemento che riduce l’idoneità alla mansione applicando l’articolo 279 del D.Lgs 81/08. Cioè la norma secondo cui il datore deve “mettere a disposizione” vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico presente nella lavorazione. Questi vanno somministrati a cura del medico competente.

L’iter normativo previsto

Quando parliamo di ricorso non stiamo parlando di alcun atto introduttivo o di un atto di citazione. Stiamo facendo riferimento alla possibilità data al lavoratore ed al datore di lavoro di richiedere all’Asl una più approfondita valutazione del giudizio fornito dal medico competente.

Se il medico dichiara non idoneo il lavoratore, occorre verificare se è possibile adibirlo a mansioni differenti. Se questa possibilità non esiste, il datore può procedere con la sospensione temporanea dal servizio e dalla retribuzione.

Il dipendente può uscire da wuesta situazione rimuovendo la causa che l’ha generata. Accettando quindi la vaccinazione. Oppure presentando ricorso contro il giudizio del medico entro 30 giorni davanti all’organo di vigilanza competente per territorio. Ovvero l’Asl del luogo in cui ha sede l’azienda.

Questa potrà confermare, modificare o revocare il giudizio espresso dal medico. E’ sbagliato quindi ritenere che le esigenze di privacy impediscano al datore di lavoro di adottare misure di prevenzione adeguate contro la diffusione del virus.

Egli può e deve attuare tutte le cautele possibili, ma non può decidere se è opportuna l’imposizione del vaccino. Questa scelta deve avvenire sotto la regia e il controllo dell’unico soggetto, il medico competente. Egli è l’unico in grado di valutare la rilevanza di tale profilassi rispetto al rischio di contagio presente sul luogo di lavoro.