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Rapina: un fattore di rischio da valutare con attenzione

Spesso, ai sensi dell’art. 628 cp, sentiamo parlare di reato di rapina impropria se serve a mantenere il possesso. Ovvero ad assicurare a sé o ad altri l’ impunità. Oppure di rapina propria se la violenza è mezzo per ottenere un bene altrui o della cosa mobile altrui sottraendola al legittimo proprietario.

Ma se questo reato si svolge su un luogo di lavoro e lo subisce quindi un lavoratore qual’è la situazione? Quali sono gli obblighi che il datore di lavoro deve rispettare? Analizziamo insieme una recente sentenza per chiarirci le idee.

Sorvolando sugli aspetti giuridici spesso vediamo che la minaccia è commessa ad esempio in villa sulle colline. Su un soggetto passivo da un soggetto magari armato di coltello.

Nonché a volto coperto che ha fatto irruzione in questa, ha tappato la bocca al malcapitato e lo ha chiuso in una stanza. Ciò ove non ci sono circostanze aggravanti. Purtroppo le rapine in villa sono un “classico”.

L’installazione di impianti di sicurezza, bussole antitransito, casseforti ad apertura programmata. Nonché impianti di tele allarme, non sono misure sufficienti a garantire l’incolumità del personale in zone ad alta pericolosità. Di conseguenza. Il datore di lavoro è responsabile, ai sensi dell’ art 2087 cc, per i danni alla salute derivanti al personale a seguito di interventi plurimi di rapina.

E’ dunque compito del datore di lavoro dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Ciò attraverso l’adozione di cautele previste in via generale e specifica dalle norme. A stabilire questo principio è direttamente la  Corte di Cassazione con la sentenza n. 15105 del 15 luglio 2020.

Il rischio rapina ed il caso specifico

La questione riguarda un lavoratore. Questo a causa delle dieci rapine subite presso la propria sede di lavoro. Propone infatti ricorso dinanzi al Tribunale di Napoli nei confronti della società datrice di lavoro e dell’Inail. Ciò al fine di ottenere il risarcimento del danno biologico patito.

Nel caso in questione, sia i giudici di primo che secondo grado hanno accolto parzialmente la domanda del dipendente, condannando la società al relativo risarcimento.

La Corte territoriale ha ritenuto che le misure adotatte. Da parte della società. Di misure di sicurezza quali l’impianto di tele sorveglianza, la bussola multitransito, la cassaforte con apertura, programmabile ogni 15 minuti.

Nonché l’impianto di teleallarme a tastiera programmata. Ancora, i vari pulsanti anti rapina. Erano tutte misure dirette a non rendere fruttuosa per gli assalitori una azione criminale di rapina. Non avevano di certo l’obiettivo di tutelare i dipendenti.

Il fine, dunque, non era certamente quello di proteggere i lavoratori dalle rapine. Bensì di fare in modo che queste non recassero troppi danni all’azienda.

La policy era infatti quella di vietare di consegnare i valori ai rapinatori che tenessero in ostaggio i colleghi. Obbligandoli così ad assistere inerti alle percosse dei primi ai secondi. Nonché pretendendo il rimborso da parte del dipendente di quanto rapinato laddove avesse consegnato il denaro.

Pertanto, per i giudici di merito, è rilevante l’ipotesi di responsabilità contrattuale del datore alla stregua dell’art. 2087 cc. Questo pone un obbligo di garanzia in capo al datore di lavoro a tutela della persona del lavoratore.

Impone infatti di adottare nell’esercizio dell’impresa. Le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica. Sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del secondo. La società, però, ha impugnato la sentenza di secondo grado ed ha ricorso in Cassazione.

La difesa

Innanzitutto il ricorrente lamentava che i giudici di merito avrebbero riconosciuto la responsabilità della società datrice di lavoro per i danni occorsi alla dipendente dalla rapina. E questo perché avrebbero ritenuto che non fossero state predisposte adeguate misure di sicurezza per la tutela dei lavoratori. In conseguenza di ciò quindi hanno reputato che la società avesse violato l’art. 2087 cc.

Inoltre, riteneva la società, che i dispositivi di sicurezza predisposti sarebbero gli unici che possono essere adottati in un ufficio postale. Questi hanno l’evidente scopo dissuasivo dell’intento criminoso di una rapina. Di conseguenza tutelano gli operatori addetti allo sportello.

Infine, a detta del datore di lavoro, i giudici di merito avrebbero addebitato una ipotesi di responsabilità oggettiva. In ciò hanno sbagliato perché non hanno considerato che la responsabilità deve essere collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da una fonte legislativa. Ovvero suggeriti dalle conoscenze tecniche del momento. Hanno infatti omesso, tra l’altro, ogni esame e valutazione in ordina alla idoneità degli strumenti predisposti a fornire la tutela adeguata ai dipendenti.

La sentenza

I giudici della Suprema corte respingono il ricorso della società. Secondo gli Ermellini, infatti, la responsabilità del datore per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità fisica del lavoratore discende da norme specifiche. Oppure, nell’ipotesi in cui esse non siano rinvenibili, dalla norma di ordine generale di cui all’ art. 2087 cc.

Tale norma, in particolare, rappresenta la fonte primaria del sistema di sicurezza sul lavoro. E’ estensibile a situazioni ed ipotesi non ancora espressamente considerate e valutate dal legislatore al momento della sua formulazione.

Impone al datore l’obbligo di adottare, nell’esercizio dell’impresa. Tutte le misure che, avuto riguardo alla particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, siano necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica dei lavoratori.

Rischio rapina e … morale della “favola”

Pertanto, nel caso in cui ci sia un rischio di questo tipo durante l’attività lavorativa divenuta “pericolosa”. La responsabilità del datore di lavoro riguarda l’omessa adozione di tutte le misure e cautele necessarie. Atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro. Ciò tenuto conto della concreta realtà aziendale, del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio.

In definitiva. Affermano i giudici di legittimità. L’onere della prova gravava sul datore di lavoro, che avrebbe dovuto dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Ciò attraverso l’adozione di cautele previste in via generale e specifica dalle norme di sicurezza, di cui, correttamente, i giudici di merito hanno ravvisato la violazione.

Inoltre, ritenendo la sussistenza del nesso causale tra il danno occorso alla lavoratrice, a seguito delle dieci rapine subite. Nonché all’attività svolta dalla stessa, senza la adozione, da parte della datrice di lavoro, di adeguate misure dirette a tutelare i dipendenti. Il ricorso è stato rigettato.