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Rischio Covid-19 ed art. 2087 cc quali responsabilità?

In merito al legame tra il rischio da Covid-19 e l’art. 2087 cc sono ormai numerosi i documenti che in questi mesi hanno cercato di delimitare i confini della responsabilità. Questo in relazione dell’emersione di un rischio del tutto nuovo e sconosciuto come quello correlato all’emergenza Covid-19. Vediamo insieme un recente approfondimento sul tema.

In questi giorni in cui l’ organizzazione mondiale della sanità e l’Istituto Superiore di Sanità continuano a indurre alla prudenza. Ci soffermiamo oggi in particolare su un saggio che affronta anche i temi relativi alla necessità o meno di aggiornare la valutazione dei rischi. Nonché gli obblighi derivanti dall’art. 2087 del Codice civile.

I casi Covid-19 sono in aumento da agosto 2020 e le aree del pronto soccorso stanno lentamente tornando a riempirsi. Anche se nelle ultime 24 ore i contagi sembrano restare costanti il rischio Covid-19 rimane molto alto.

La natura del rischio da Covid-19 e l’art. 2087 cc

Nel documento ci si sofferma dunque sulla natura del rischio da contagio e sulle sue ricadute applicative. Cioè la valutazione di rischi.

Si indica che secondo alcuni il rischio da contagio deve essere qualificato come un rischio biologico genericonon professionale. Ovvero un rischio al quale è esposta la collettività. Dunque, non il lavoratore in quanto tale ma lui come membro di essa e tulle le altre persone. Questa opzione sembra poi condivisa dallo stesso Protocollo di regolamentazione dello scorso 24 aprile 2020.

All’opposto si pone chi invece ne ravvisa un rischio che trova comunque la sua fonte nell’attività d’impresa, non potendosi escludere la natura professionale. Infatti, l’accezione di rischio professionale dovrebbe essere intesa non come quel rischio che è insito nel tipo di professione. Bensì nel senso di rischio al quale è esposto il lavoratore. Il quale è presente nel contesto organizzativo e investe il prestatore di lavoro che attenda alle sue mansioni.

In particolare tale teoria fa leva sull’interpretazione strettamente letterale dell’art. 2, lett. q e dell’art. 28, comma 1, del D.lgs. n. 81/2008.

Questi infatti fanno riferimento ad una valutazione “globale” di “tutti” i rischi che vengono generati.

Non solo dal tipo di lavoro. Ma anche da quelli derivanti dalle concrete modalità di svolgimento dello stesso. Non essendo esclusi dall’ambito di tutela del T.U. del 2008 neanche i cosiddetti rischi esogeni.

Chiaramente le conseguenze di queste due impostazioni si ripercuotono, in sostanza, sulla necessità o meno di effettuare la valutazione dei rischi.

Il rischio da COVID-19 come rischio generico aggravato

Tuttavia c’è anche un’interpretazione mediana che qualifica il rischio di infezione da SARS-CoV-2, come un rischio aggravato. Infatti fermo restando la natura di rischio biologico specifico per alcuni settori.

Non può negarsi che il contesto aziendale in cui viene a svolgersi la prestazione. Comporta un innalzamento del livello di esposizione al rischio da contagio, rispetto a quello socialmente accettato nella comunità cui appartiene il lavoratore.

In tal caso, infatti, il lavoratore è esposto maggiormente. Sia dal punto di vista dell’intensità che della frequenza. Il rischio pandemico, coinvolge infatti in misura maggiore, coloro che sono stati tenuti a prestare la loro attività durante il periodo emergenziale. Questi infatti possono essere più facilmente esposti al rischio Covid-19.

Ora sebbene la nozione di rischio aggravato non sia espressamente contenuta nella legge.

E’ unanimemente riconosciuta dalla giurisprudenza con riferimento ad un rischio che, pur essendo comune a tutti i cittadini che svolgono l’attività lavorativa dell’assicurato. Si pone tuttavia in ragione di necessario collegamento eziologico con l’attività lavorativa del medesimo (Cass. civ., sez. lavoro, 27 gennaio 2006, n. 1718).

Tuttavia qualificare il rischio Covid come generico aggravato. Non significa richiedere al datore di lavoro chissà quale elaborazione scientifica e tecnica per la valutazione dei rischi e nell’individuazione delle cautele da approntare.

Anche accedendo a tale interpretazione del rischio restano valide le misure previste dal Protocollo condiviso integrato in data 24 aprile 2020 in relazione al rischio da Covid-19. In altre parole le considerazioni appena svolte non possono condurre alla conclusione secondo cui l’imprenditore debba procedere ad una nuova valutazione dei rischi.

Quindi adottare misure ultronee finanche innominate rispetto a quelle individuate dal Protocollo. Questo significa soltanto prendere atto della possibilità che il contesto lavorativo potrebbe aggravare il contagio. Dunque aumentare il rischio di contrarre il c.d. coronavirus.

I confini dell’obbligo di protezione per il datore di lavoro

Si indica che le misure precauzionali emergenziali adottate dal Governo e dalle Parti sociali rappresentano le misure cosiddette nominate e costituiscono. Allo stato attuale. La maggior scienza tecnologicamente possibile ai sensi dell’ art. 2087 cc. 

Tuttavia può essere sollevato il dubbio che le misure emergenziali non escludano. Ovvero comunque non segnino il confine della responsabilità datoriale. Restano infatti salve le misure cosiddette innominate nella sua complessa articolazione.

Dunque il Protocollo e le misure definite ora, e ovviamente tempo per tempo dalla normativa emergenziale. Tra cui ad esempio l’uso di mascherine chirurgiche per prevenire la malattia respiratoria e quant’altro. Non esauriscano il rispetto dell’obbligo di sicurezza imposto dall’art. 2087 cc, stante l’assenza di una norma che fissa i limiti della responsabilità datoriale.

Tuttavia, l’assenza di una disposizione in tal senso non può indurre ad affermare che il datore di lavoro debba fare di più rispetto a quanto previsto nel Protocollo condiviso e dalle successive misure adottate.  Ne è mai stato chiesto al datore di lavoro di sperimentare esso stesso misure ulteriori e innovative tanto da ricercare lui stesso misure più avanzate.

Come gestire il rischio di infezione da nuovo coronavirus sars cov-2?

Pertanto l’obbligo di protezione di cui all’art. 2087 cc in merito al rischio da Covid che incombe in capo al datore di lavoro è pienamente garantito dalle misure individuate a monte dall’autorità governativa. Questa ad oggi è l’unica in grado ad avere quelle competenze necessarie per operare una simile valutazione.

A fugare il campo da possibili incertezze, soccorre non solo il dato letterale dell’art. 2087 cc. Bensì anche l’interpretazione giurisprudenziale in tema di misure innominate. Ciò poiché anche tali cautele sono sottoposte all’individuazione di una legge scientifica di copertura.

Infatti, le misure innominate ancorché non espressamente imposte dalla legge o da altra fonte equiparata, sono suggerite da conoscenze sperimentali o tecniche ovvero dagli standard di sicurezza normalmente osservati.

In sostanza quindi anche le misure innominate devono attenere a standard di sicurezza. Queste si basano sui parametri della scienza e della tecnica. Ma nel caso del rischio Covid-19 ancora oggi la scienza non è stata in grado di delineare un quadro scientifico.

Tant’è che la stessa giurisprudenza ha ben colto questo stato di incertezza rilevando come ‘non vi sono ancora acclarate e solide conoscenze scientifiche in ordine alle modalità di trasmissione del coronavirus’ (Tar Campania, sez. V, ordinanza 22 aprile 2020, n. 826). 

E dunque in definitiva il perimetro della responsabilità datoriale ex art. 2087 cc dovrà ragionevolmente dirsi contenuto, ed esaurito, oggi, nell’obbligo di ‘puntuale e diligente adempimento delle specifiche misure di sicurezza tempo per tempo previste dal Protocollo e dalla normativa emergenziale in evoluzione” non potendosi esigere oggettivamente di più.

Rimandiamo alla lettura del documento per maggiori dettagli. Potete scaricarlo cliccando sul pulsante di seguito: