rischio occupazionale

Rischio occupazionale da Covid-19, la strada è lunga

Qual’è il rischio occupazionale da Civd-19? Due studi Inail sono stati pubblicati sulle riviste scientifiche internazionali The Lancet e Occupational & Environmental Medicine. I risultati sono preoccupanti. Vediamo insieme.

Le ricerche analizzano il ruolo del lavoro dal punto di vista del rischio di contagio nell’attuale fase dell’emergenza. Entrambi gli studi indicano lo sviluppo di un sistema di sorveglianza epidemiologica come uno dei temi cruciali per l’efficienza delle politiche di contrasto alla pandemia in Italia.

L’inclusione della dimensione della sicurezza sul lavoro nello sviluppo delle misure di prevenzione e protezione è fondamentale.

Rischio occupazionale nella pandemia di Covid-19 in Italia

La prima ricerca parte dalla premessa che la pandemia di Sars-CoV-2 costituisce una sfida che ha un forte impatto per la sicurezza e la salute sul lavoro. In particolare, la sorveglianza epidemiologica del Covid-19 include il monitoraggio e la segnalazione sistematica dei casi e dei decessi totali. Tuttavia, mancano ancora esperienze adeguate di sistemi di sorveglianza per identificare i fattori di rischio professionale coinvolti nella pandemia.

Tutela dei lavoratori e stima del rischio

Lo studio rivela che l’Italia ha implementato un approccio metodologico per la stima del rischio di contagio professionale. Classificando ogni settore di attività economica a rischio basso, medio-basso, medio-alto e alto. La classifica è stilata sulla base di tre parametri:

  • probabilità di esposizione
  • indice di prossimità
  • fattore di aggregazione

Inoltre, durante l’emergenza sanitaria, l’Inail ha introdotto l’infezione professionale da Covid-19 non annoverandolo tra le malattie professionali ma come infortunio sul lavoro.

Ha raccolto le richieste di risarcimento dei lavoratori nell’intero territorio nazionale. Grazie a questi dati, l’Inail ha potuto sviluppare un’analisi comparata con i casi di Covid-19 denunciati all’Istituto come correlati all’attività lavorativa.

1 ammalato su 5: causa del rischio occupazionale

I risultati dello studio mostrano come l’occupazione sia uno dei determinanti più rilevanti nel rischio di malattia in Italia. Il 19,4% dei casi di infezione, infatti, denuncia una possibile causa occupazionale.

Questo significa quasi un ammalato su cinque. La distribuzione dei settori economici coinvolti è coerente con le attività classificate a rischio nel periodo del lockdown. Fra i settori maggiormente coinvolti figurano la salute umana e le attività di assistenza sociale.

Tuttavia le richieste di indennità occupazionale includono anche casi di lavoratori in altri settori. Come dipendenti di stabilimenti di lavorazione di carne e pollame, impiegati di negozio, impiegati delle poste, farmacisti e addetti alle pulizie.

L’ente pubblico conclude lo studio sottolineando come sia necessario andare verso un sistema di sorveglianza occupazionale per i casi di Covid-19. Un sistema che includa un’analisi anamnestica individuale delle circostanze in cui viene acquisita l’infezione. Questo per la prevenzione del rischio infettivo professionale. Supportando così l’efficacia del sistema assicurativo e la gestione delle politiche di vaccinazione.

La dimensione occupazionale nel contrasto della pandemia

Il secondo studio su questo tipo di rischio occupazionale sottolineata l’opportunità di tenere conto della dimensione occupazionale nella definizione delle attività di prevenzione.

Nonché nelle scelte di priorità per le politiche di distribuzione del vaccino, quando sarà disponibile. L’analisi parte dalla premessa che, nelle stime a livello globale alcuni fattori come età, sesso, condizioni di salute sottostanti, ecc. Sono considerati come fattori rilevanti per il rischio di contrarre una forma grave di Covid-19. Mentre invece il rischio professionale non è stato valutato né citato come potenziale fattore di rischio.

Lavoratori a rischio: non solo gli operatori sanitari

Nonostante l’assenza di studi sistematici sui fattori di rischio che possono essere legati al lavoro. La pandemia è descritta come una sfida sostanziale per la salute sul lavoro.

Alcune condizioni di lavoro in tutto il mondo sono segnalate perché mettono i lavoratori a rischio di infezione. Secondo la ricerca, il rischio è stato valutato maggiore a livello professionale per gli operatori sanitari. Ma anche addetti al primo soccorso e gli operatori dei servizi sociali e dell’assistenza agli anziani.

Lo studio inoltre segnala che focolai di sindrome da Sars-CoV-2 si sono verificati anche in alcune fabbriche dell’industria di trasformazione della carne e del pollame. Ciò a causa delle condizioni di vita e di trasporto affollate. Nonché delle numerose aree ad alto contatto e delle difficoltà a mantenere il distanziamento fisico nel luogo di lavoro.

Sistema di sorveglianza epidemiologica per la gestione del rischio occupazionale

Lo studio riporta anche i dati elaborati sulla base delle richieste di risarcimento ricevute dall’Inail. Dalle richieste emerge che, in Italia, il 30% delle persone in età lavorativa, quindi dai 15 ai 65 anni, si è infettato sul posto di lavoro.

Per quanto riguarda nello specifico la categoria professionale più coinvolta, 29.548 operatori sanitari sono stati affetti, secondo i dati aggiornati al 5 luglio 2020. Inoltre, la ricerca sottolinea il duplice ruolo di questi professionisti sia come vittime che come vettori.

Per questo motivo, lo studio si conclude rimarcando l’importanza di attuare politiche che tengano adeguatamente conto della dimensione occupazionale del rischio. La gestione specifica del rischio nei luoghi di lavoro, la protezione dei lavoratori vulnerabili. Nonché lo sviluppo di un sistema di sorveglianza epidemiologica occupazionale devono essere considerati una priorità nelle strategie anti-Covid-19. E anche e soprattutto nella gestione delle politiche di vaccinazione.