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Vaccini in azienda, trovata la strada. Si parte in Lombardia

Il governo apre alla possibilità che le aziende procedano a somministrare vaccini ai propri dipendenti per potenziare la rete messa in campo contro il Covid.

Non si tratta però di una procedura alternativa. Bensì, solo di un “canale parallelo” con cui costruire quella “capillarità” necessaria ad una campagna vaccinale che avrà come obiettivo un “mondo del lavoro covid free”.

A tracciare il senso di marcia ad aziende e sindacati è il ministro del Lavoro, Andrea Orlando che nei giorni scorsi aveva convocato ad un tavolo di confronto il mondo dell’impresa e quello sindacale.

A partire da febbraio 2021 con il dl del 12 marzo scorso e del 13 marzo 2021 si sta correndo ai ripari per cercare di arginare il più possibile la diffusione del Covid-19. Si sono previste infatti misure per il periodo di Pasqua. Tuttavia si ritiene che la soluzione sia accelerare sulla campagna di vaccinazione anti Covid-19.

Mentre le fasce più protette hanno già ricevuto la seconda dose del vaccino e sul vaccino astrazeneca. Come sappiamo, è in corso una inchiesta sul lotto ABV2856. Il vaccini contro il Covid-19 non sono ancora stati diffusi a livello massivo. Con l’intento di rendere dunque i vaccini disponibili a tutti nel più breve tempo possibile si sta procedendo con la programmazione di campagne vaccinali nelle azienda.

Il protocollo per i vaccini in azienda accolto positivamente in Lombardia

Sulla scia di quanto indicato la Lombardia getta il cuore oltre l’ostacolo. Approva infatti un protocollo d’intesa insieme con Confindustria, Confapi e l’Anma, l’associazione dei medici competenti.

“Coniugare la salute e le attività produttive – ha sottolineato Maurizio Casasco, presidente della Confederazione italiana piccola e media industria privata (Confapi) – è fondamentale.

Le due cose non sono disgiunte. Temiamo moltissimo le varianti, prima riusciamo a vaccinare tutti meno contagi avremo. Meno contagi avremo, meno varianti avremo. È una corsa contro il tempo – ha, quindi, aggiunto – non è questione di priorità, di una categoria rispetto a un’altra ma di velocità.

Abbiamo un mese , un mese e mezzo. I vaccini arriveranno e la Lombardia deve essere organizzata in questo senso e andare nelle industrie e nelle aziende a vaccinare. Le aziende devono essere un luogo sicuro, garantire la salute a chi lavora, garantire il lavoro, i posti di lavoro e garantire la produttività”.

Il virus è un rischio presente in tutti gli ambienti di lavoro

Altre Regioni stanno lavorando nella stessa direzione. In particolare Friuli Venezia Giulia e Veneto. Ma anche Puglie a Trentino Alto Adige. La Confindustria nazionale ha presentato un piano al governo per il coordinamento nazionale delle vaccinazioni in azienda.

Oltre 300-400 mila vaccinazioni potenziali

Il protocollo lombardo, diventerà operativo quando comincerà la vaccinazione di massa.

È un allargamento che ci consente di avere minore tensione sugli ospedali perché il vaccino potrebbe essere somministrato in altre strutture. Dice la vicepresidente della Regione Lombardia, Letizia Moratti, ricordando che l’iniziativa non modifica la lista delle categorie che hanno la priorità, a partire dagli anziani.

La delibera lombarda è stata inviata al commissario per l’emergenza Covid, il generale Francesco Figliuolo, che definirà le modalità con cui può essere applicata.

Apriamo le porte delle fabbriche per uscire più in fretta da questa emergenza dice il presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti. Basta chiacchiere, dobbiamo fare azioni, intervenire.

I vincoli sono due: gli spazi dove fare le vaccinazioni e la disponibilità dei vaccini. E il sindacato? “Andremo nelle prossime settimane a condividere il protocollo e le modalità applicative con il sindacato come abbiamo fatto con i protocolli per la sicurezza in azienda” spiega Bonometti.

In poco tempo potremmo arrivare a vaccinare 300-400 mila lavoratori. Potremmo fare 150 mila vaccinazioni alla settimana, coinvolgendo anche i familiari dei dipendenti. Mi auguro che l’iniziativa parta subito».

La criticità legata alla conservazione dei vaccini

In realtà l’operazione “vaccinazione in azienda” ha alcune criticità da superare. Per cominciare non tutti i vaccini possono essere somministrati in fabbrica.

Quelli che devono essere conservati a -70 -80 gradi difficilmente possono essere utilizzati nei luoghi di lavoro. Inoltre le piccole aziende non hanno un medico competente. Andrebbe quindi definita una modalità per intervenire in aree industriali con presidi logistici ad hoc.

Tra i lavoratori dipendenti esistono poi categorie che aspettano con più ansia il vaccino. Tra questi i dipendenti della grande distribuzione che però non sono coinvolti da questo protocollo.

Anche Confcommercio ha manifestato l’interesse a essere coinvolta in questa sfida ha detto l’assessore lombardo alle attività produttive Guidesi. Rassicurando i sindacati, che nei giorni scorsi avevano diffidato da fughe in avanti senza essere coinvolti: “Ci accompagneranno nella applicazione del protocollo”.

Le richieste dei medici competenti

L’intesa coinvolge chiaramente i medici competenti. Cioè quelli che si occupano della tutela della salute all’interno delle imprese. In Lombardia sono circa un migliaio.

L’associazione della categoria, l’Anma, ha posto alcuni vincoli. Primo fra tutti: la volontarietà. A vaccinare, quindi, sarebbero solo i medici che si rendono disponibili.

Il secondo: i medici avrebbero bisogno di una assicurazione aggiuntiva per la coperture dei rischi che possono derivare dallo svolgimento di un’attività che non è tra quelle comprese di solito tra le loro mansioni. In altre parole, i medici competenti sarebbero disponibili purché non ci sia un aggravio di spese a loro carico.