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Vaccino Covid-19, quale copertura garantisce?

Quanto dura l’immunità al Sars-Cov2, sia quella indotta da un vaccino, sia quella scatenata dall’incontro con il virus? E’ la domanda del momento. Cruciale per capire se le vaccinazioni che stanno per arrivare potranno valere per una stagione, per anni, oppure, magari, per tutta la vita, e se chi ha già avuto la malattia corra o meno il rischio di contrarla una seconda volta.

Il vaccino per il Covid-19

Dopo la prima ondata il cammino verso il vaccino anti Covid era ancora lungo. Si attendevano entro la fine dell’anno delle novità ed effettivamente queste sono arrivate. E’ tanto il clamore intorno ai primi vaccini prodotti da Pfizer e Moderna che hanno già registrato ordini per milioni di dosi in tutto il mondo.

Nel Regno Unito si è assistito alle prime persone vaccinate con il vaccino pfizer biontech. Nell’Unione Europea invece bisognerà attendere ancora un po’ per il via libera alla somministrazione del vaccino. Si attendono infatti novità per il 29 dicembre cioè almeno fino a quando non ci sarà la prima autorizzazione dall’Ema per il vaccino pfizer ed il 12 gennaio per quello di Moderna.

Oltre alla Gran Bretagna, anche gli Stati Uniti proseguono spediti verso le prime dosi. Tuttavia permangono dei rischi per eventuali reazioni allergiche e, soprattutto, per capire come e quanto funzioneranno questi vaccini. Sarà necessaria una seconda dose? Le persone saranno vaccinate due volte? Con quale frequenza? Vediamo più in dettaglio lo stato dell’arte degli studi a riguardo.

Gli aspetti da tenere presente

A queste domande non c’è ancora, una risposta definitiva, ma alcuni punti fermi iniziano a emergere, perché essendo passati diversi mesi dalla prima ondata, ed essendo in corso la seconda, si possono valutare gli andamenti della risposta di chi si è ammalato in primavera.

Non a caso si stanno moltiplicando gli studi. Capire a che punto siamo, comunque, non è facile. Spiega in merito Luca Guidotti, grande esperto di immunità, vicedirettore scientifico dell’Ospedale San Raffaele di Milano, dove è anche ordinario di patologia generale, che sta conducendo studi sui modelli animali di Covid-19 nell’unico laboratorio P3 presente in Italia, per verificare che cosa succede in vivo.

Dobbiamo sempre tenere presente che fino a 10 mesi fa non conoscevamo questo virus, e che stiamo faticosamente iniziando a capire alcuni aspetti, ma ne restano moltissimi da decrittare. Ci pare quindi di capire che per arrivare ad una sorta di vaccino, per così dire “garantito” saranno necessari ulteriori approfondimenti.

Non sappiamo se si tratti di un virus che, una volta entrato nelle cellule dell’ospite. Ad esempio respiratorie o vascolari. Le uccida direttamente, causando la malattia, oppure sia il sistema immunitario, e in primo luogo i linfociti T, a provocare la malattia, uccidendo le cellule.

Non sappiamo poi se nell’organismo permangano tracce di virus, o se l’eliminazione di Sars-Cov2 sia completa, una volta ottenuta la guarigione clinica.

Gli studi condotti finora in attesa di un vaccino

Queste distinzioni fanno una differenza enorme per le difese dell’ospite. A parte la famosa spike, inoltre, sappiamo ancora molto poco sull’identità e la funzione di numerose altre proteine che Sars-Voc2 utilizza per replicarsi o pe difendersi dall’attacco del sistema immunitario.

Non abbiamo poi ancora idee nette sulle reazioni dell’organismo, al di là di un quadro generale. E la lista dei grandi punti interrogativi che riguardano la battaglia tra il virus e l’immunità potrebbe continuare. C’è tantissimo lavoro da fare.

In questa nebbia, ci sono comunque alcuni fatti emersi da studi che, talvolta, sono di dimensioni tali da autorizzare a trarre conclusioni. Tra gli altri, nei giorni scorsi è stata pubblicata un’analisi sul personale medico dell’Ospedale Universitario di Oxford. Parliamo d circa 12.000 persone. Che è stato controllato per 30 settimane.

Su tutti i partecipanti 1.200 avevano anticorpi specifici, e nessuno di loro, a oggi, si è nuovamente infettato. Gli anticorpi prodotti dai linfociti di tipo B e che prevengono l’ingresso dei virus nelle cellule sarebbero dunque protettivi per almeno sei mesi.

Pochi giorni prima ne era stato pubblicato su Science uno ancora più ampio, condotto su 30.000 persone dagli immunologi del Mount Sinai Hospital di New York.

Anche in quel caso era emerso che cica il 70% degli infettati ha una produzione di anticorpi piuttosto sostenuta, e ancora visibile dopo cinque mesi.

Con gli anticorpi arrivano poi anche i linfociti T, che contribuiscono all’eliminazione del virus perché riconoscono e uccidono le cellule già infettate.

Ci sono ormai dati che indicano come la produzione di linfociti T ci sia e persista nel tempo. Ma le funzioni sono ancora frammentarie perché condurre questi studi è molto complicato.

La situazione attuale in vista del vaccino

Per capire veramente quando, come e per quanto tempo i linfociti B e quelli T funzionino durante un primo o un secondo incontro con Sars-Cov2.

Bisognerebbe studiare i linfonodi e i tessuti infettati. Questo è possibile solo nei modelli animali che da poco abbiamo generato e iniziato a utilizzare.

Fin qui, dunque, la visione generale. Il virus stimola la produzione di linfociti B e anticorpi, a cui si sovrappone spesso quella dei linfociti T. L’insieme dovrebbe eliminare il virus e assicurare l’immunità almeno pe qualche mese.

Ma poi ci sono le eccezioni. Secondo un articolo appena uscito su Science, che fa il punto della situazione, a oggi i casi accertati di seconde infezioni, cioè di persone che hanno contratto due virus diversi geneticamente, sono 24, su quasi 6 milioni di contagiati.

Ci sono però anche decine di segnalazioni di casi dubbi. Come si spiegano? Si pensa che si tratti di persone che hanno avuto una risposta debole alla prima infezione, con una concentrazione di anticorpi basso e la loro produzione sparisca dopo poche settimane, e quella di linfociti T non decolli.

Ciò potrebbe esporre le persone alla riacutizzazione di un virus che non se ne è mai andato. Ovvero alla suscettibilità verso una seconda infezione. Soprattutto nel caso si incontri alte cariche virali. Ma, ancora una volta, dobbiamo vederci più chiaro.

A oggi si può dunque solo dire, con ragionevole certezza, che, quasi sempre, la risposta all’infezione naturale dura almeno 5-6 mesi, ed è realizzata da anticorpi e linfociti. Per il resto bisognerà attendere, anche se un dato autorizza a sperare. Nel caso della Sars e della Mers le difese, soprattutto i linfociti T, resistono per diversi anni.