vigilanza sui protocolli

Vigilanza sui protocolli anti contagio, i risultati

La diffusione dell’emergenza Covid-19 e del virus SARS-CoV-2  nel 2020 ha portato a diverse modifiche nella programmazione, anche in materia di vigilanza sui protocolli. In relazione alle attività dei Servizi di Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro (SPSAL).

Questo non solo perché le misure adottate da Governo e Regioni per il contrasto all’epidemia hanno riguardato i luoghi di lavoro. Oltreché i luoghi di vita. Bensì anche perché il personale dei vari servizi (tra cui SPSAL) dei Dipartimenti di Sanità Pubblica. Ha supportato le attività istituzionali necessarie al contenimento e alla gestione dell’emergenza sanitaria.

A ricordarlo e a fornire un primo quadro dei risultati della vigilanza sui protocolli anticontagio nei luoghi di lavoro è un interessante intervento. Esso contiene gli atti del convegno che si è tenuto online il 3 dicembre 2020.

In occasione della manifestazione Ambiente Lavoro ed è stato organizzato da Regione Emilia Romagna, Inail, Ausl Modena con vari patrocini e collaborazioni.

Le attività di vigilanza sui protocolli nel 2020 e l’emergenza COVID-19

L’intervento “Esperienze di vigilanza nei luoghi di lavoro in periodo di emergenza epidemica” ribadisce che la normale vigilanza programmata è stata rimodulata, per l’anno 2020.

Ciò  in seguito alla emanazione dei diversi interventi normativi, nazionali e regionali. Unanimemente tesi a limitare le occasioni di contagio tra persone, attraverso la regolamentazione dei comportamenti sociali e la emissione di indicazioni anche per le attività produttive.

L’intervento descrive, in questo senso, l’esperienza condotta dallo SPSAL di Modena. In relazione all’attività di vigilanza effettuata nei luoghi di lavoro nel corso del 2020, in periodo di emergenza sanitaria.

In particolare durante il lockdown gli operatori del Servizio PSAL di Modena hanno ridotto e limitato l’attività di vigilanza nei luoghi di lavoro. Questo secondo le modalità indicate dalla Regione Emilia Romagna.

Al contempo hanno svolto attività di supporto e assistenza, per via telefonica e telematica, nei confronti dei soggetti della prevenzione. Cioè datori di lavoro, RSPP, RLS, medici competenti, lavoratori. In merito a vari quesiti sull’epidemia.

Le attività svolte

In seguito, a partire dal 4 maggio 2020, con la riapertura delle attività produttive industriali e commerciali, è ripresa l’attività di vigilanza ‘consueta’ dello SPSAL. A questa si è affiancata, su richiesta della Prefettura, una specifica attività di vigilanza relativa alla corretta attuazione dei Protocolli anti contagio nei luoghi di lavoro.

In particolare tale attività di vigilanza sui protocolli ha riguardato la corretta applicazione delle misure di contenimento del contagio, per lo svolgimento in sicurezza delle attività produttive industriali e commerciali. Si è fatto riferimento al protocollo condiviso sottoscritto il 24 aprile 2020 fra il Governo e le parti sociali. Nonché al protocollo per la sicurezza nei cantieri sottoscritto in pari data.

Ancora, si è analizzato anche il protocollo condiviso di regolamentazione per il contenimento della diffusione del COVID-19 nel settore del trasporto e della logistica, sottoscritto il 20 marzo 2020.

Si segnala poi che, oltre a quelli elencati, di valenza nazionale, la Regione Emilia Romagna ha adottato altri protocolli di sicurezza che contengono linee guida. Nonché indicazioni operative per salvaguardare la salute di operatori economici, lavoratrici e lavoratori. Ma anche clienti e persone in vari ambiti lavorativi. Quali ad esempio commercio, agenzie di servizi, servizi di somministrazione di alimenti e bevande, servizi alla persona, strutture ricettive, ecc.

Riguardo all’attuazione degli interventi di vigilanza in materia di applicazione dei protocolli anti contagio, l’intervento riporta le principali criticità che hanno riguardato il ruolo degli operatori SPSAL. Tra questi la vigilanza congiunta con altri Enti e l’applicazione della disciplina sanzionatoria. Nonché l’individuazione di utili ed efficaci strumenti di vigilanza.

La vigilanza sull’applicazione dei protocolli anticontagio nei luoghi di lavoro

Venendo ad un breve resoconto parziale degli esiti della vigilanza sulla applicazione dei protocolli anti contagio nei luoghi di lavoro. Si indica che complessivamente in Provincia di Modena si registrano 348 accessi ispettivi. Dato questo aggiornato al 10/11/2020 per un totale di 374 ragioni sociali controllate e di 18423 lavoratori controllati.

Sul totale, si registrano 79 accessi congiunti, di cui 55 con Ispettorato Territoriale del Lavoro, 7 con i Vigili del Fuoco. Nonché 17 con il Servizio Igiene Pubblica (controlli nelle scuole).

Entrando poi nel merito della attuazione delle misure previste dai protocolli, l’esperienza di vigilanza condotta in provincia di Modena evidenzia quanto segue.

Creazione del Comitato per l’applicazione e la verifica delle regole del protocollo

Le aziende di maggiori dimensioni e dotate di una struttura organizzativa articolata hanno di norma provveduto alla formalizzazione del comitato. Ciò con il coinvolgimento dei soggetti indicati dai Protocolli.

Questa osservazione vale anche per l’edilizia. Infatti in presenza di aziende affidatarie strutturate e ben organizzate è stato possibile accertare l’avvenuta formalizzazione del Comitato di monitoraggio di cantiere.

Al contrario in presenza di imprese affidatarie scarsamente organizzate e/o di piccole dimensioni non è stato possibile accertare l’avvenuta costituzione del comitato.

Procedura per l’attuazione delle misure previste dal Protocollo per il contrasto ed il contenimento della diffusione del virus

Di norma nei luoghi di lavoro, cantieri inclusi, si registra la presenza di una Procedura con le misure di contenimento. Nei casi in cui risultava istituito il Comitato, la Procedura era condivisa e redatta dal Comitato stesso.

Risultava ‘personalizzata’ e adeguata al luogo di lavoro cui si riferiva; in altri casi invece la Procedura non era altro che la trasposizione tal quale del Protocollo.

Informazione di lavoratori, fornitori, clienti, addetti di imprese di pulizia o manutenzione

Dagli accertamenti è emerso che tali soggetti sono informati in merito alle misure igieniche e comportamentali. Nonché alle misure per il contenimento del contagio con modalità diverse.

Tra queste: locandine e/o brochure affisse in bacheca in luoghi come ingresso, zone ristoro o spogliatoi. Ma anche comunicazioni inviate con mail, comunicazioni telefoniche.

Misurazione della temperatura corporea in entrata e conseguente tutela della privacy

Al di là dell’obbligatorietà o facoltatività dell’applicazione di tale misura l’esperienza di vigilanza sui protocolli ha evidenziato che in aziende strutturate e ben organizzate tale accertamento è garantito.

Ciò anche con l’ausilio di termo scanner, per lavoratori e visitatori esterni (organo di vigilanza incluso). Al contrario nei cantieri la misura della temperatura corporea è portata avanti con maggiori difficoltà da parte delle aziende.

Queste ultime hanno adottato soluzioni diverse, tra le quali autocertificazione del lavoratore che dichiara di averla provata autonomamente a domicilio prima di recarsi al lavoro.

Ovvero misura della temperatura corporea presso la sede della ditta prima di recarsi in cantiere. Ancora, misura della temperatura corporea direttamente in cantiere. La vigilanza ha evidenziato inoltre che risulta difficoltoso il controllo della temperatura nel caso di lavoratori di ditte in sub-appalto.

Rispetto delle distanze interpersonali di almeno 1 metro

Di norma tale misura è attuata. Anche grazie al ricorso a smart working. Diversa articolazione dell’orario di lavoro. Ovvero organizzazione di accessi contingentati a spogliatoi, mense, zone ristoro, ecc.

Criticità in tal senso sono riscontrate in alcuni settori, tra cui quello della lavorazione carni.

Dispositivi di protezione individuale

Di norma disponibili, adeguati ed utilizzati. In particolare è stato possibile accertare il corretto uso di mascherina chirurgica per tutti i lavoratori che condividono spazi comuni.

Maggiori criticità sono state riscontrate nel caso di lavoratori del settore edile. Questo sia per aspetti legati al microclima e al lavoro all’aperto nel periodo estivo. Sia per le cattive modalità di “custodia” del DPI.

Infatti questi ultimi vengono tenuti in tasca, in auto, in baracca da parte del lavoratore stesso. Per contro in molte situazioni in cantiere il DPI poteva essere evitato in quanto si era all’aperto e la distanza tra i lavoratori era superiore ad 1 m.

Smaltimento dei DPI in appositi contenitori

Di norma correttamente smaltiti nella raccolta differenziata con contenitori dedicati.

Idoneità dei locali destinati a spogliatoi, area mensa, zone ristoro, zone fumatori

Questi aspetti sono stati valutati laddove presenti. Anche per questa specifica misura occorre osservare che le maggiori criticità sono state riscontrate nel settore edile.

Il cantiere non è di per sé un ambiente di lavoro “pulito”. Tuttavia la vigilanza ha evidenziato che il livello di pulizia degli spazi comuni non si è adeguato sufficientemente ai protocolli.

Ad esempio in diversi casi è stato riscontrato il mancato rispetto della periodicità della pulizia giornaliera delle baracche. Spesso utilizzate come “spogliatoio” o come zona dove consumare il pasto.

Modifiche del lay-out degli spazi di lavoro e/o degli orari di lavoro

Tale misura è stata attuata nelle aziende di grandi dimensioni, attraverso il ricorso a smart working. Vi è stata la individuazione di accessi suddivisi in più punti e distribuiti su orari più lunghi, onde evitare assembramenti.

Disponibilità di dispenser di gel idroalcolici per l’igiene delle mani

Tale misura, peraltro molto semplice da attuare, è stata riscontrata nella totalità dei casi. Anche in questo caso è da segnalare qualche difficoltà in più nei cantieri, dove spesso i singoli lavoratori risultavano dotati di un proprio gel conservato in automobile. Mentre invece nella migliore delle ipotesi era disponibile un solo dispenser in baracca per tutti.

Servizi igienici, pulizia giornaliera e sanificazione periodica dei locali

Tali misure igieniche sono risultate di norma applicate nelle aziende, che in molti casi sono state in grado di darne evidenza grazie a sistemi di registrazione istituiti appositamente.

Si osserva ancora una volta che le maggiori criticità sono state riscontrate nel settore edile. Molto spesso nel cantiere oggetto di vigilanza è stata accertata la presenza di un solo servizio igienico. Il cui relativo livello di pulizia è risultato inadeguato e di norma non è stata rispettata la periodicità di pulizia giornaliera.

Gestione del lavoratore che sviluppi sul lavoro febbre e/o sintomi di infezione respiratoria

Questi aspetti sono di norma contenuti nella Procedura per l’attuazione delle misure previste dal Protocollo per il contrasto ed il contenimento della diffusione del virus.

La gestione degli impianti di climatizzazione e le considerazioni finali

L’intervento ricorda che i protocolli nazionali condivisi relativi agli ambienti di lavoro. Nonché ai cantieri e al settore trasporti/logistica. Non trattano esplicitamente gli aspetti relativi alla gestione degli impianti di climatizzazione né all’utilizzo di sistemi di igienizzazione basati su lampade UV.

Tuttavia, continua la relatrice, nel corso della vigilanza, oltre agli aspetti specifici del protocollo di cui si è parlato nel paragrafo precedente. E’ stata prestata attenzione alla corretta gestione degli impianti di climatizzazione.

In particolare in settori produttivi largamente diffusi in provincia di Modena, quali la lavorazione carni ed il biomedicale. E comunque in tutti i luoghi di lavoro dove era presente tale tipologia di impianti. Inoltre è stata accertata la presenza, in alcuni luoghi di lavoro oggetto di vigilanza, di sistemi costituiti da lampade UV destinati a igienizzare/sanificare l’aria ambiente. Installati appositamente per contrastare il contagio da Sars-CoV-2.

Gli impianti di ventilazione

In particolare in relazione agli impianti di ventilazione/climatizzazione nei luoghi di lavoro. Nonché alla possibilità di infezione, in fase di assistenza e di vigilanza si è prestata attenzione a vari aspetti. Anzitutto la riduzione del livello di occupazione degli ambienti, in modo da ridurre l’eventuale possibile contaminazione aerea, attraverso misure organizzative. Ancora, l’aerazione frequente degli ambienti non dotati di ventilazione meccanica attraverso apertura delle finestre.

Aerazione degli ambienti dotati di impianti di ventilazione che forniscono aria di rinnovo, tenendoli sempre accesi (24 ore su 24, 7 giorni su 7). Dunque facendoli funzionare alla velocità nominale o massima consentita dall’impianto per rimuovere le particelle sospese nell’aria e contenere la deposizione sulle superfici.

Nel caso di ambienti con ventilazione meccanica e filtrazione dell’aria. La diluizione con aria esterna e la presenza di filtri ad elevata efficienza riduce la presenza di particolato e di bio-aerosol.

Ciò contribuisce in tale maniera alla riduzione dei rischi di contagio. Inoltre, se le condizioni impiantistiche ed energetiche lo consento occorre evitare il ricircolo di aria.

Altra misura da adottare è quella di evitare sempre che l’aria immessa sia contaminata da quella estratta o espulsa dagli ambienti. Nonché adottare interventi di igienizzazione straordinaria degli impianti e delle condotte aerauliche.

Il riscontro in tema di vigilanza sui protocolli

Il riscontro che è emerso. Riguardo a questo tema. E’ che la gestione degli impianti di climatizzazione/ventilazione nei luoghi di lavoro è stata affrontata di norma in modo adeguato da parte dei Datori di Lavoro.

Questi hanno dimostrato consapevolezza sul fatto che tali installazioni possano essere veicolo di contagio. Tuttavia, però, anche strumenti di mitigazione del contagio stesso, se usati correttamente, dall’altro.

In definitiva per le esperienze di vigilanza condotte dallo SPSAL di Modena sono riportate dalla relatrice alcune considerazioni.

Si indica che il contagio da Sars-CoV-2 nei luoghi di lavoro rappresenta un rischio biologico “generico”. Ciò in quanto esistente anche per la popolazione al di fuori del contesto lavorativo. Ovvero un rischio biologico “specifico” per i lavoratori di determinati comparti.

Tra questi sicuramente quello sanitario e socio-sanitario. In tutti i casi tale rischio giustifica l’attività di vigilanza, anche proattiva, da parte degli SPSAL, a tutela della salute dei lavoratori.

Si ritiene poi utile integrare l’attività di vigilanza a livello dipartimentale. In particolare con il Servizio Igiene degli Alimenti e Nutrizione per ristoranti e bar, il Servizio di Igiene e Sanità Pubblica per altri luoghi di vita. Nonché il Servizio Veterinario per comparti specifici quali, ad esempio, la lavorazione carni.

Considerato che il periodo di emergenza persisterà. Si rendono necessari adattamento e flessibilità nella gestione dei Servizi PSAL per un giusto equilibrio tra attività specifica del servizio e supporto al Dipartimento di Sanità Pubblica.

Conclusioni

Infine le criticità che sono emerse nello svolgimento dell’attività di vigilanza sulla applicazione dei Protocolli anti contagio nei luoghi di lavoro dovranno essere superate nell’ottica di garantire interventi efficaci.

Ciò in riferimento soprattutto a strumenti di vigilanza e alla composizione dei gruppi di ispettori. Si ritiene indispensabile garantire assistenza ed informazione a datori di lavoro, agli RSPP, agli RLS, ai medici competenti. Questo in quanto ritenuti strumenti complementari alla vigilanza nel perseguire la prevenzione nei luoghi di lavoro.