danno da mobbing

Il danno da mobbing va provato, non bastano le affermazioni!

Il danno da mobbing è da provare: torniamo ad occuparci, con lo studio di questa sentenza, del fenomeno del mobbing sul posto di lavoro. E’ compito del lavoratore dimostrare di aver subito continui atti vessatori da parte del datore di lavoro. E’ necessario poi provare che questi atti erano tali da ledere la dignità umana e professionale, al fine di spingerlo a presentare le dimissioni.

Al riguardo, la prova dell’elemento intenzionale e vessatorio del datore di lavoro deve essere fornita dal lavoratore, anche sulla base di presunzioni, purché queste siano gravi, precise e concordanti.

Il fatto

Per rivendicare il danno da mobbing ed un eventuale conseguente danno alla salute a nulla rilevano le semplici affermazioni del lavoratore. A stabilirlo è la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 22928. I giudici della Suprema corte si sono espressi in merito a un presunto caso di mobbing subito da una lavoratrice.

La dipendente lamentava, dapprima, di essere stata assegnata a turni notturni, e in seguito di aver subito un demansionamento. Inoltre, chiedeva l’illegittimità del trasferimento in altra sede di lavoro con variazione della qualifica e orario di lavoro diurno. Cosa che aveva causato la diminuzione della retribuzione, oltre all’aumento delle spese di viaggio.

Tale situazione le aveva procurato un disturbo ansioso depressivo fino a condurla alle dimissioni (con riduzione dell’importo pensionistico).

La decisione dei giudici

I giudici della Corte d’appello avevano ritenuto legittimo il trasferimento e il conferimento alle nuove mansioni sul luogo di lavoro, giudicate non inferiori alle precedenti.

A detta dei giudici di merito, la nuova retribuzione corrisposta era legittima, sicché non vi era alcun danno morale o danni patrimoniali. Pertanto, in assenza di prove concrete non era possibile affermare che vi fosse stato alcun danno da mobbing.

La lavoratrice si opponeva a tale decisione. Di conseguenza i giudici della Suprema corte hanno respinto il ricorso, partendo dall’assunto che, per mancata adeguata esposizione dei fatti di causa, le mansioni si ritengono equivalenti.

In altri termini, non era stato ben indicato dal ricorrente l’inquadramento posseduto e quello superiore semmai conseguito. Quanto alla mancata erogazione dell’indennità di lavoro notturno, la Cassazione ha ricordato che trattasi  di indennità cosiddette estrinseche, non connesse cioè alla qualità della prestazione o della persona del lavoratore.

Pertanto, sono giustamente eliminabili col mutamento delle modalità di esecuzione della prestazione e il venir meno della ragione per cui essa veniva erogata (lavoro notturno).

Ammissione e risarcimento del danno da mobbing

I giudici di legittimità hanno precisato come la lavoratrice non avesse fornito nessuna prova del necessario elemento intenzionale (e vessatorio) del datore di lavoro.

Infine, seppure tale prova può essere fornita attraverso presunzioni, esse debbono essere gravi, precise e concordanti. Questo per poter dimostrare con certezza i danni subiti.

La situazione migliore per poter dimostrare il danno da mobbing è infatti quella di poter dimostrare una responsabilità contrattuale dovuta a condotte scorrette poste in essere durante il rapporto di lavoro. E’ necessario indicare tutte le varie voci di danno ed invocando quindi il mancato rispetto di quanto previsto dall’art. 2087 cc. Nel caso di specie, invece, la lavoratrice si era limitata a dedurre che i colleghi hanno potuto proseguire con la modalità di telelavoro notturno, mentre lei no.

Leggi anche gli articoli sulle altre sentenze più significative quali quelle riguardanti l’importanza del DVR, la sicurezza delle macchine, i luoghi di lavoro o l’obbligo di repechage.