malattia

La malattia causata dall’azienda è extra comporto

La malattia del lavoratore non si calcola ai fini del superamento del periodo di comporto ogni volta che è causata da una condizione aziendale. Analizziamo una recente sentenza a riguardo.

Cos’è la malattia professionale

L’Istituto Nazionale per l’assicurazione contro gli Infortuni sul lavoro (Inail), ente preposto per infortuni e malattie professionali, definisce la malattia professionale come “una patologia la cui causa agisce lentamente e progressivamente sull’organismo (causa diluita e non causa violenta e concentrata nel tempo).

La stessa causa deve essere diretta ed efficiente, cioè in grado di produrre l’infermità in modo esclusivo o prevalente: le malattie devono essere contratte nell’esercizio e a causa delle lavorazioni rischiose.

È ammesso, tuttavia, il concorso di cause extraprofessionali, purché queste non interrompano il nesso causale in quanto capaci di produrre da sole l’infermità. Per le malattie professionali, quindi, non basta l’occasione di lavoro come per gli infortuni, cioè un rapporto anche mediato o indiretto con il rischio lavorativo, ma deve esistere un rapporto causale, o concausale, diretto tra il rischio professionale e la malattia.

Il rischio può essere provocato dalla lavorazione che l’assicurato svolge, oppure dall’ambiente in cui la lavorazione stessa si svolge (cosiddetto “rischio ambientale”).

I presupposti

Per malattia professionale si intende uno stato patologico che insorge a causa dell’attività lavorativa durante il periodo di lavoro oppure no. È detta anche tecnopatia e presuppone che il rischio sia provocato dall’attività lavorativa in maniera progressiva e da una serie di atti ripetuti nel tempo. È infatti caratterizzata da un’azione lenta sull’organismo, non violenta e non concentrata nel tempo.

Inoltre, per fare diagnosi di malattia professionale, possono essere considerate anche le cause extraprofessionali che possono avere contribuito all’insorgere della patologia, purché non siano le sole cause ad aver procurato l’infermità.

La malattia professionale va distinta dalla comune malattia, che non è di solito correlata al lavoro. È il caso, ad esempio, della sindrome influenzale. Va inoltre distinta dall’infortunio, che è invece un evento traumatico che interviene durante l’orario di lavoro, in maniera violenta e concentrata nel tempo.

La malattia professionale di norma non è a rapida evoluzione, tutt’altro: il soggetto manifesta in maniera lenta e progressiva i segni e sintomi nel tempo ed è per questo motivo che fare diagnosi è spesso difficile e non tempestivo.

La malattia professionale “inizia” dal primo giorno in cui non ci si reca al lavoro per una causa correlata a quella che verrà poi accertata come malattia professionale.

Deve avere due caratteristiche:

  • Essere causata dall’esposizione a determinati rischi correlati al tipo di lavoro, come il contatto con polveri e sostanze nocive, rumore, vibrazioni, radiazioni, o misure organizzative che agiscono negativamente sulla salute
  • Il rischio deve agire in modo prolungato nel tempo e quindi la causa deve essere lenta

Diagnosi di malattia professionale

Fare diagnosi è un processo molto lento. Talvolta questo è dovuto al fatto che il soggetto, prima di manifestare segni e sintomi. Si deve esporre al rischio per un lungo periodo di tempo prima di manifestare una sintomatologia specifica e che si possa ricondurre alla sua attività lavorativa.

Un esempio calzante è la silicosi, malattia polmonare progressiva secondaria ad un’esposizione prolungata al biossido di silicio. Coloro che sono esposti a questa sostanza, manifestano una sintomatologia polmonare correlata alla silicosi solamente dopo un’esposizione prolungata e non quindi in maniera traumatica, né tempestiva, né a breve termine.

Quando il soggetto crede che i segni e sintomi possano essere secondari all’attività lavorativa, si deve rivolgere al medico curante. Di norma, è il medico stesso che richiede tutti gli accertamenti al fine di verificare che la causa possa essere lavorativa e, nel caso, provvede alla certificazione di malattia.

Malattie professionali tabellate e non tabellate

L’Inail ha creato delle tabelle che racchiudono numerose malattie professionali, per le quali l’ente prevede una causa di servizio. In linea generale, le malattie professionali sono distinte in tabellate e non tabellate.

Il caso giuridico e l’insorgenza di malattia

Rientrano in questa ipotesi anche le malattie che non sono comunicate al medico aziendale o denunciate all’Inail, qualora sia possibile, in via presuntiva, collegarle a una condotta del datore di lavoro. Con questi principi il Tribunale di Busto Arsizio, sentenza del 5 febbraio scorso. Ribaltando la pronuncia di segno opposto emessa dallo stesso Tribunale nella precedente fase sommaria.

Ha annullato il licenziamento per superamento del periodo di comporto del dipendente di una società di handling aeroportuale. Questo lavoratore era stato licenziato per aver superato il numero massimo di giorni di assenza previsti dal Ccnl di riferimento per la conservazione del posto di lavoro. Secondo il dipendente, assistito dal sindacato Cub trasporti, il licenziamento intimato dalla società era viziato in quanto parte dell’assenza per malattia era dovuta alla scelta dell’azienda di affidargli in via ripetuta e continuativa le mansioni del cosiddetto fuori banco.

Queste mansioni consistono, principalmente, nello svolgimento di attività di vario tipo verso i passeggeri che sono in attesa di imbarco. Smistarli nella corretta corsia di imbarco.

Verificare che stiano scorrendo verso il gate correttamente. Controllare infine che le misure dei bagagli siano corrette, e così via. Un ruolo che si svolge solo in piedi, per ragioni di servizio e di immagine.

La società si è difesa rilevando di aver più volte concesso al dipendente dei periodi di aspettativa non retribuita per curarsi. Nonché, soprattutto, di aver ridotto al minimo possibile l’assegnazione alle mansioni contestate di “fuori banco” non più di due volte al mese.

Solo per una parte del turno, e per pochi mesi. Il lavoratore per gran parte del suo tempo aveva svolto altre attività. Era infatti un “addetto registrazione imbachi”.

Il caso

Il datore di lavoro, infine, ha fatto presente che il dipendente non aveva avanzato domanda di riconoscimento di malattia professionale. Invalidità, infortunio sul lavoro e, non aveva richiesto la modifica delle sue mansioni. Ovvero la visita da parte del medico competente. Il quale non era stato nemmeno informato dei suoi problemi di salute.

Il Tribunale ha ritenuto insufficienti questi argomenti. Ha sostenuto che la società, in virtù degli obblighi derivanti dall’art. 2087 del codice civile.

Avrebbe dovuto intervenire in modo più incisivo a tutela della salute del dipendente. Affidandolo a mansioni tali da escludere, anche in via saltuaria, lo svolgimento di attività pericolose per la salute.

In tale ottica, secondo il Tribunale, se il lavoratore fosse stato adibito a mansioni diverse. Il numero delle assenze per malattia sarebbe stato probabilmenteinferiore. Di conseguenza il dipendente è stato reintegrato, ricevendo anche una indennità risarcitoria pari alle retribuzioni perse. Comunque entro il tetto delle 12 mensilità.

Un approccio molto problematico, non inferiore nella giurisprudenza di merito. Ciò in quanto si rischia per rendere instabile qualsiasi licenziamento per superamento del periodo di comporto. Qualsiasi recesso di questo tipo viene, di fatto, esposto a un giudizio probabilistico che può portare al ricalcolo dei giorni di assenza anche in mancanza di fatti oggettivi come specifiche denunce di infortunio o malattia. Oppure semplici ocmunicazioni al medico competente o all’Inail.