tutela da covid-19

Tutela da Covid-19 per il DdL, convertito il DL liquidità

Il dibattito sulla tutela da Covid-19 per i datori di lavoro si è infiammato negli ultimi tempi. Sono arrivate circolai e chiarimenti per fare chiarezza ed oggi, probabilmente, è stato aggiunto un elemento importante.

Infatti è stata pubblicata, sulla Gazzetta Ufficiale n. 143 del 6 giugno 2020, la Legge n. 40 del 5 giugno 2020 di conversione, con modifiche, del Decreto Legge n. 23/2020.

Di particolare rilievo, in sede di conversione è stata l’introduzione dell’art. 29-bis, ai sensi del quale i datori di lavoro realizzano l’adempimento dell’obbligo generale di sicurezza (articolo 2087 c.c.) attraverso l’applicazione delle prescrizioni contenute nel Protocollo condiviso del 24 aprile 2020.

Con ciò garantendo il contrasto e il contenimento della diffusione del COVID-19 negli ambienti di lavoro. Ovvero delle prescrizioni contenute negli altri Protocolli di settore stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative sul piano nazionale.

Questo articolo rappresenta una risposta alle forti segnalazioni manifestate dal mondo aziendale. Queste riguardano l’ambito di responsabilità delle imprese in relazione al rischio di contagio per i lavoratori. Nonché la conseguente tutela da Covid-19 per i datori di lavoro.

Questione emersa anche a seguito della qualificazione, di tale fattispecie, in termini di infortunio “in occasione di lavoro” da parte dell’art. 42 DL Cura Italia e delle conseguenti indicazioni rese sul punto dall’Inail con la circolare n. 13/2020. Indicazioni poi in parte mitigate, ma non del tutto superate, dallo stesso Istituto con circolare n. 22/2020.

In particolare, la norma in oggetto introduce, a vantaggio della chiarezza delle situazioni disciplinate, un chiarimento normativo dell’ambito di responsabilità delle imprese.

Nel caso in cui le stesse diano effettiva. Nonché adeguata applicazione alle prescrizioni contenute nei citati Protocolli, per ciò solo si realizza il pieno adempimento del generale obbligo di sicurezza posto in capo al datore di lavoro.

Una storia travagliata quella della tutela da Covid-19 per i DdL

L’articolo 42, comma 2, del decreto-legge 17 marzo 2020 n 18 stabiliva indicazioni chiare. Nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2) in occasione di lavoro, il medico certificatore redige il consueto certificato di infortunio. Lo invia poi in via telematica all’Inail che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell’infortunato.

Le prestazioni INAIL nei casi accertati di infezioni da coronavirus in occasione di lavoro sono erogate anche per il periodo di quarantena. Ovvero di permanenza domiciliare fiduciaria dell’infortunato con la conseguente astensione dal lavoro.

I predetti eventi infortunistici gravano sulla gestione assicurativa. Non sono però computati ai fini della determinazione dell’oscillazione del tasso medio per andamento infortunistico di cui agli articoli 19 e seguenti del decreto 27 febbraio 2019. La presente disposizione si applica ai datori di lavoro pubblici e privati.”

La norma introdotta nel decreto Cura Italia interviene dunque su tre distinti punti prevedendo che:

  1. in caso di accertata infezione da Covid-19 in occasione di lavoro, l’Inail assicura al lavoratore la tutela prevista dalla legge in caso di infortunio sul lavoro;
  2. le prestazioni di tutela assicurate dall’Inail sono erogate anche per il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria dell’infortunato con la conseguente astensione dal lavoro;
  3. gli oneri dei predetti eventi infortunistici sono posti a carico della gestione assicurativa nel suo complesso e non vanno a gravare invece sulla posizione assicurativa del singolo datore di lavoro.

Sono poi anche arrivate le rassicurazioni affidate ad una nota del 15 maggio sul sito Inail. In questa si precisa che non vi è nessuna connessione tra il riconoscimento dell’origine professionale del contagio e la responsabilità del datore di lavoro.

Ambito della tutela infortunistica

Fin dalla circolare INAIL n. 74 del 23.11.1995. L’Istituto ha inquadrato i casi di malattie infettive e parassitarie come infortuni sul lavoro.

Ciò sul presupposto di una equiparazione della “causa virulenta” dell’evento infortunistico alla così detta “causa violenta” occorsa “in occasione di lavoro”.

Con la circolare n. 13 del 3 aprile scorso, l’INAIL precisa che anche le attuali infezioni da coronavirus sono da ricondurre ad eventi di infortunio. Ciò laddove comunque il contagio sia occorso in “occasione di lavoro”.

Da notare che il concetto di “occasione di lavoro”. Per i contagi da coronavirus. E’ da intendersi in modo estensivo, come peraltro già affermato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione.

Ad esempio, secondo l’INAIL, nella situazione di attuale pandemia. Vige per il personale sanitario una presunzione semplice di origine lavorativa del rischio di contagio.

Ciò ai fini della conseguente tutela assicurativa, come prevista in caso di infortunio “in occasione di lavoro” (cfr. Nota INAIL n. 3675/2020).

Con la circolare n. 13 in commento, l’INAIL precisa che la presunzione semplice va applicata anche a chi lavora a contatto con il pubblico e l’utenza in genere. Quindi dagli addetti alle pulizie ai barellieri. Fino ai lavoratori addetti alla cassa o alle vendite, ecc.

Con queste premesse appare quindi chiaro che il tema della tutela da Covid-19 per i DdL fosse una “bomba” pronta ad esplodere.

Altre indicazioni

Inoltre, possono essere individuati ulteriori casi analogamente meritevoli della tutela assicurativa infortunistica. Ciò anche ove non ci sia una prova di specifico episodio di contagio.

Ovvero non ci siano indizi precisi e concordanti che facciano scattare la medesima presunzione semplice di avvenuto contagio in occasione di lavoro da parte del medico legale.

In questi casi, come già disposto dall’INAIL per le citate malattie infettive e parassitarie fin dal 1995. La tutela infortunistica si estende anche qualora sia problematico individuare cause e modalità specifiche del contagio per i lavoratori.

Dunque, anche nei casi in cui il lavoratore non sia nelle condizioni di provare l’episodio specifico di contagio. Quindi non scatti la presunzione semplice di contagio in occasione di lavoro.

Il medico potrà concludere per la sussistenza di un infortunio sul lavoro. Ciò mediante un accertamento che dovrà compiersi con la procedura ordinaria. Ma tenendo conto anche del quadro clinico, anamnestico e circostanziale.

La tutela infortunistica per chi è stato contagiato è accordata sia ai lavoratori subordinati, sia ai collaboratori coordinati e continuativi, sia ai dirigenti.

Infortunio sul lavoro in itinere e tutela da COVID – 19

Per quanto riguarda la disciplina dell’infortunio in itinere. Per tale intendendosi l’infortunio occorso al lavoratore assicurato durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro. Si precisa che anche gli eventi di contagio da nuovo coronavirus accaduti durante tale percorso sono configurabili come infortunio in itinere.

Tuttavia, in merito all’utilizzo da parte del lavoratore di un mezzo di trasporto privato. Poiché il rischio di contagio è da considerarsi molto più probabile in aree o a bordo di mezzi pubblici affollati. In deroga alle disposizioni vigenti in materia.

Ciò per tutta la durata dell’emergenza. Per tutti i lavoratori addetti allo svolgimento di prestazioni da rendere in presenza sul luogo di lavoro.

L’uso del mezzo privato per raggiungere dalla propria abitazione il luogo di lavoro e viceversa è considerato necessitato. Dunque non ostativo ai fini della ricorrenza dell’infortunio in itinere.

Le regole da seguire per la corretta tutela da Covid-19

Le misure di contenimento previste dal protocollo sottoscritto anche dalle parti sociali devono dunque essere adottate. Nonché mantenute per tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Oltreché per evitare la possibile contestazione della “colpa” del datore di lavoro in caso di danni o lesioni subite dal lavoratore in relazione all’infezione da COVID-19.

Dunque l’adozione delle prescrizioni previste dal predetto Protocollo è obbligatoria. Inoltre, come viene espressamente sottolineato, è anche sufficiente a far considerare soddisfatto il “dovere di sicurezza” di cui all’art. 2087 c.c. previsto in capo ad ogni datore di lavoro.

I Protocolli rispecchiano quanto la comunità scientifica internazionale ha individuato come misure efficaci di contrasto all’agente biologico infettante nelle relazioni fra persone e fra persone, ambienti e oggetti.

Per questo, allo stato della scienza e della ricerca, i Protocolli hanno un indiscutibile valore.

Tradurlo sul piano giuridico non può meravigliare nemmeno dal punto di vista dell’ispirazione dell’art. 2087 c.c., che si rifà proprio a fattori esterni del genere (“l’esperienza e la tecnica”) ai fini della valutazione delle misure cautelari da adottare.

Conclusioni

Dunque, allo stato attuale, appare chiaro il fatto che deve essere applicato il protocollo nazionale contenente le misure anti contagio dello scorso 24 aprile. Nonché specifici protocolli previsti per comparto. Oltre a questo è possibile fare riferimento a linee guida o documenti tecnici specifici per il settore di appartenenza.

Il datore di lavoro mantiene in capo a sé l’obbligo di adottare tutte le misure di prevenzione e protezione. Nonché le misure per il contrasto al Covid-19 sui luoghi di lavoro.

Per le aziende in cui non siano rispettate le indicazioni del protocollo nazionale è previsto che non possano continuare ad esercitare la propria attività.

Rimandiamo alla lettura del testo normativo che puoi scaricare cliccando sui pulsanti di seguito. Concludiamo come sempre invitandovi a registrarvi alla nostra newsletter sicurezza per rimanere sempre aggiornati sulle varie attività e novità.