vaccinazione e lavoro

Vaccinazione e lavoro, le strutture sociosanitarie

Come era immaginabile il tema della vaccinazione sul lavoro relativa al virus SARS-CoV-2. Con particolare riferimento al mondo del lavoro e agli obblighi e diritti di aziende e lavoratori, sta suscitando in queste settimane accesi confronti e discussioni.

Proprio per questo motivo, partendo dalla constatazione che il vaccino sia il principale strumento per superare l’emergenza COVID-19. Torniamo ad affrontare il tema da diversi punti di vista. Ad esempio dal punto di vista degli aspetti psicologici relativi alla scelta di vaccinarsi. Ovvero dei provvedimenti che un datore di lavoro potrebbe mettere in atto per i lavoratori che decidono di non vaccinarsi.

Con l’obiettivo di migliorare il confronto e l’informazione sulla vaccinazione relativa all’attuale pandemia analizziamo oggi il tema della vaccinazione sul lavoro nelle strutture sociosanitarie.

Vaccinazione anti COVID-19 sul lavoro e sicurezza nelle strutture sociosanitarie

L’informazione agli operatori è essenziale per promuovere l’adesione alla vaccinazione riconosciuta dalle evidenze scientifiche come misura di prevenzione contro il rischio biologico da infezione Covid-19 nelle strutture sanitarie. Nonché sociosanitarie e sociali a tutela prioritaria della comunità.

L’art. 42 del decreto legge 17 marzo 2020 n. 18, convertito in legge n.27/2020, ha stabilito che l’infezione da Covid-19 può essere considerata infortunio sul lavoro di cui all’art. 2 del D.P.R. n.1124/1965.

Equiparando in questo modo la causa violenta propria dell’infortunio alla causa virulenta propria della malattia da Covid-19. Purché avvenuta in occasione di lavoro e riconosciuta presunta ex art.2729 CC. Per gli operatori sanitari in ragione dell’alta esposizione al rischio (circolare INAIL n.13/2020).

Dato che l’infezione da Covid-19 può dare luogo ad un infortunio sul lavoro. Quali azioni devono essere assunte dal datore di lavoro per mettere in sicurezza i luoghi di lavoro? Quali obblighi incombono sul lavoratore per ridurre il rischio di contagi ai sensi del D.Lgs 81/2008?

Il datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 CC e del D.Lgs 81/2008 deve garantire le misure preventive necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori. Ma anche di chi altro è presente nei luoghi di lavoro come gli utenti nelle strutture sanitarie e socio-sanitarie.

La situazione attuale

Da qui la tematica legata alla vaccinazione sul lavoro, in particolare nel settore sociosanitario. Infatti, la legge n.24/2017 afferma all’art.1 l’obbligo di garantire la sicurezza delle cure come parte integrante della tutela del diritto alla salute prevista dall’art.32 della Costituzione. Nonché l’art.5 prevede nelle attività sanitarie l’obbligo di seguire linee guida e buone pratiche derivanti dalle evidenze scientifiche.

L’art. 129 del D.Lgs 106/2009 afferma che qualora l’esito della valutazione del rischio ne rilevi la necessità. lavoratori esposti ad agenti biologici sono sottoposti alla sorveglianza sanitaria di cui all’art.41 del D.Lgs 81/2008 da parte del medico competente.

L’art. 279 del D.Lgs. 81/2008 afferma che il datore di lavoro, su conforme parere del medico competente. Adotta misure protettive particolari per quei lavoratori per cui si richiedono misure speciali di protezione, fra le quali:

  1. La messa a disposizione di vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico. Tali da somministrare a cura del medico competente.
  2. L’allontanamento del lavoratore dal luogo di lavoro per eventuale inidoneità che, a giudizio del medico competente, può essere temporanea o permanente.

L’art. 20 del D.Lgs 81/2008 afferma che ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro. Su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro.

Altre indicazioni

Il lavoratore è tenuto a contribuire all’adempimento degli obblighi previsti a tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Nonché osservare le disposizioni e le istruzioni impartite dal datore di lavoro, dai dirigenti e dai preposti.

Ciò ai fini della protezione collettiva e individuale. Infine a sottoporsi ai controlli sanitari necessari disposti dal medico competente. Pena l’allontanamento dal luogo di lavoro per mancanza dei requisiti di sicurezza. Pertanto, sotto alcuni punti di vista, si può già ritrovare un riferimento relativo a possibili utilizzi di vaccini per i lavoratori.

Il lavoratore assicurato è tenuto a limitare per quanto possibile il danno ai sensi dell’art. 1914 CC adottando le misure preventive idonee a prevenirlo.

La Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale con sentenza n.5/2018 (massima n.39690) in materia di vaccinazioni ha affermato che l’art. 32 Cost. postula il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo. Anche nel suo contenuto di libertà di cura con il coesistente e reciproco diritto degli altri.

Nonché con l’interesse della collettività. Oltreché nel caso di vaccinazioni obbligatorie con l’interesse del minore che esige tutela anche nei confronti dei genitori che non adempiono ai loro compiti di cura.

La legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con il parametro costituzionale. A patto che il trattamento sia diretto non solo a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato. Ma anche a preservare lo stato di salute degli altri e quindi della collettività. Come già affermato con sentenza n. 258/1994 (massima 20856).

La stessa Corte Costituzionale con sentenza n. 137/2019 (massima 41748) ha ritenuto illegittima la norma regionale. La quale prevedeva da parte delle direzioni sanitarie l’imposizione ai propri dipendenti di sottoporsi a vaccinazione. Ma solo quando la vaccinazione risulti “non raccomandata” dalle buone pratiche o linee guida derivanti dalle evidenze scientifiche ai sensi dell’art. 5 della legge n.24/2017.

Il rispetto delle misure di prevenzione certe di tutela della salute individuale e collettiva dal rischio biologico infettivo rappresenta quindi un dovere responsabilizzante per tutti i lavoratori. Una precondizione per l’accesso in sicurezza propria e altrui agli ambienti di lavoro ed una precondizione per un pieno risarcimento del danno assicurato.

Il vaccino sul lavoro ed il codice civile

L’art. 2087 del codice civile prevede che l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa. Le misure che secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Ciò significa che in tema di sicurezza sul lavoro, nell’ esercizio dell’ impresa il datore di lavoro è tenuto a rispettare tutti i possibili indirizzi che possono essere considerati validi per garantire la sicurezza dei lavoratori. In particolare se si pensa a personale sanitario, in relazione allo specifico fattore di rischio, questo aspetto potrebbe sembrare ancor più pressante.

Ma allora i datori di lavoro hanno la facoltà o addirittura l’obbligo di sottoporre i lavoratori alla vaccinazione contro il Covid-19?

Se si pensa di poter disporre soltanto del generico art. 2087 c.c. la risposta non può che essere no. Ma non si dimentichi che, malgrado l’emergenza sanitaria, volenti o no, dobbiamo fare i conti con il Testo unico della sicurezza sul lavoro (TUSL).

Né si dimentichi che occorre prendere in esame l’intero TUSL, e non qualche suo disposto scelto a caso. Altrimenti, si rischia di non accorgersi che il TUSL, all’art. 279.

Da leggere ormai alla luce di quella Direttiva (UE) 2020/739 del 3 giugno 2020, già recepita dagli artt. 4, D.L. 7 ottobre 2020, n. 125 come convertito dalla legge 27 novembre 2020, n. 159. Nonché il D.L. 9 novembre 2020 n. 149 inserito nell’art. 13-sexiesdecies del decreto Ristori.

Classifica la SARSCoV-2 come patogeno per l’uomo del gruppo di rischio 3. Ciò impone nel comma 2 al datore di lavoro, su conforme parere del medico competente, la messa a disposizione di vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico presente nella lavorazione, da somministrare a cura del medico competente.

Vaccinazione del lavoratore e obblighi del datore di lavoro

Riprendendo alcuni autorevoli pareri a riguardo, in particolare possiamo dire che di certo, la “messa a disposizione” del vaccino contro il Covid-19 non vale di per sé sola a rendere obbligatoria per i lavoratori la sottoposizione a tale vaccino.

Ma attenzione: lo stesso art. 279, comma 2, non si limita a prescrivere “la messa a disposizione di vaccini efficaci”, ma impone, altresì, “l’allontanamento temporaneo del lavoratore secondo le procedure dell’articolo 42”.

E l’art. 42 stabilisce che il datore di lavoro attua le misure indicate dal medico competente. Nonché qualora le stesse prevedano un’inidoneità alla mansione specifica adibisce il lavoratore, ove possibile, a mansioni equivalenti. Ovvero, in difetto, a mansioni inferiori garantendo il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza.

Le considerazioni normative

E come può il medico competente esimersi dall’esprimere un giudizio di inidoneità in un’ipotesi in cui il datore di lavoro, proprio su conforme parere del medico competente, abbia messo a disposizione il vaccino, rifiutato dal lavoratore?

A maggior ragione, in un mondo in cui assistiamo alla transizione da una sorveglianza sanitaria diretta a proteggere il singolo lavoratore visitato a una sorveglianza sanitaria che amplia le sue finalità alla tutela dei terzi, ivi incluse le altre persone presenti, lavoratori e no, evocate in più norme del TUSL a partire dall’art. 20, comma 1, D.Lgs. n. 81/2008. In una prospettiva segnata nelle insistite parole della Corte Costituzionale dall’obiettivo di “garantire e tutelare la salute (anche) collettiva attraverso il raggiungimento della massima copertura vaccinale”.

Né si comprende come dal suo canto possa il datore di lavoro trascurare i doveri stabiliti nell’art. 18, comma 1, lettere g) e bb), D.Lgs. n. 81/2008 di vigilare sul rispetto degli obblighi del medico competente.

Nonché di adibire i lavoratori alla mansione soltanto se muniti del giudizio di idoneità, e più in generale il dovere imposto dall’art. 18, comma 1, lettera c), D.Lgs. n. 81/2008 di tenere conto, nell’affidare i compiti ai lavoratori, “delle capacità e delle condizioni degli stessi in rapporto alla loro salute e sicurezza”.

E s’intende che, ove l’inosservanza di tali obblighi sia causa di un’infezione da Covid-19, può sorgere a carico del datore di lavoro come del medico competente l’addebito di omicidio colposo o lesione personale colposa.

Attività a tutela dei terzi che si trovino nell’ambiente di lavoro

Un’ulteriore, attualissima, notazione, relativa ai luoghi di lavoro privati e pubblici contraddistinti dalla presenza continuativa di persone non riconducibili nel novero dei “lavoratori” così come definiti dall’art. 2, comma 1, lettera a), D.Lgs. n. 81/2008: paradigmatici gli ospiti di una casa di riposo.

Una presenza che impone al datore di lavoro di condurre un’adeguata valutazione del rischio conseguente per i propri lavoratori e di individuare le misure di prevenzione e di protezione contro tale rischio, e, tra queste misure, non solo la vaccinazione degli stessi lavoratori, ma altresì la vaccinazione delle “altre persone”.

Con un’avvertenza. È noto il principio tradizionalmente accolto in giurisprudenza per cui le norme antinfortunistiche sono dettate non soltanto per la tutela dei lavoratori nell’esercizio della loro attività, ma anche a tutela dei terzi che si trovino nell’ambiente di lavoro, indipendentemente dall’esistenza di un rapporto di dipendenza con il titolare dell’impresa. Un principio, peraltro, che non conduce certo a porre a carico del datore di lavoro un obbligo di sorveglianza sanitaria sui terzi.

La Cassazione

Efficace è sul punto il distinguo operato da Cass. 9 ottobre 2015 n. 40721: da un lato, le misure di carattere oggettivo non riferite a un particolare destinatario (ad es., i requisiti previsti per le attrezzature di lavoro); dall’altro, le misure indirizzate ad una specifica tipologia di soggetti, quale la sorveglianza sanitaria posta a beneficio del lavoratore inteso in senso formale e sostanziale.

Con la conseguenza che, nel quadro di un’adeguata elaborazione del DVR, si rende, altresì, necessaria la segnalazione dell’esigenza di attivare la vaccinazione delle persone non riconducibili nell’ambito dei lavoratori, ma presenti nei luoghi di lavoro e magari da assistere in quanto prive in tutto od in parte di autonomia.

Non diversamente, in tutt’altro contesto, a norma dell’art. 26 D.Lgs. n. 81/2008, il datore di lavoro che affidi a un’impresa appaltatrice o a un lavoratore autonomo l’esecuzione di un lavoro.

Ovvero di un servizio o di una fornitura nel proprio ambito aziendale. E’ tenuto, non certo a sottoporre i dipendenti dell’impresa appaltatrice o il lavoratore autonomo a sorveglianza sanitaria e segnatamente a vaccinazione, ma a elaborare il DUVRI contenente le misure contro i rischi da interferenze (ivi inclusa la vaccinazione) e a vigilare sull’effettiva osservanza di tali misure da parte dell’impresa appaltatrice o del lavoratore autonomo.

In conclusione

Più che mai, dunque, anche sotto la spinta di istruttive esperienze giudiziarie quali quelle condotte proprio nel nostro Paese su farmaci e vaccini, si rende necessario rilevare come sapientemente l’art. 279, comma 2, D.Lgs. n. 81/2008 ponga in rilievo il ruolo determinante del medico competente, e faccia esplicito riferimento a vaccini “efficaci”, e, dunque, a vaccini sottoposti alla responsabile valutazione delle autorità sanitarie pubbliche competenti circa l’affidabilità medico-scientifica della loro somministrazione.