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Vitamina D: la sua carenza aumenta il rischio Covid-19?

Tra alti livelli di vitamina D e un ridotto tasso di letalità da Covid-19 sembra esserci un legame. Una notizia che inizialmente era stata etichettata come fake e lo stesso nostro ministero della Salute ha sempre sostenuto l’assenza di prove in merito. Tuttavia ora uno studio conferma l’ipotesi del ruolo della vitamina D nel ridurre la gravità dei sintomi da coronavirus.

Cos’è la vitamina d

La maggior parte della vitamina D viene sintetizzata attraverso dei precursori grazie alla esposizione al sole della pelle.

Con il termine vitamina D si intendono alcune sostanze in grado di regolare il metabolismo del calcio (Ca). Si tratta di una vitamina liposolubile. Le vitamine liposolubili, rispetto a quelle idrosolubili, possono essere accumulate nel corpo (fegato/tessuto adiposo).
Ne esistono due forme che, pur differendo minimamente per la loro struttura chimica, hanno un metabolismo è molto simile:
–    vitamina D3 o colecalciferolo: contenuta in piccola quantità in prodotti di origine animale ma per la maggior parte è prodotta nella cute umana dopo irradazione ultravioletta (UVB con lunghezza d’onda di 290-315 nm) a partire dal 7-deidro-colesterolo;
–    vitamina D2 o ergocalciferolo: prodotta solo nei vegetali dall’irradazione UVB a partire dall’ergosterolo e, pertanto, può esser assunta dall’uomo solo con la dieta.

Questa vitamina favorisce sia i normali livelli di calcio nelle ossa che nel sangue. Nonché il fisiologico assorbimento e utilizzo del calcio e del fosforo, sostenendo il mantenimento di ossa e di denti. Tuttavia l’ eccesso di vitamina D può provocare non solo la calcificazione delle ossa. Bensì una calcificazione diffusa a livello dei vari organi, con conseguente vomitodiarrea e spasmi muscolari.

Qual è il fabbisogno giornaliero di vitamina D?

La quantità di vitamina D varia a seconda dell’età. Il fabbisogno giornaliero di vitamina D è di 400 unità al giorno, in assenza di fattori di rischio. Le dosi possono variare e arrivare fino a 1.000 unità al giorno in presenza di fattori di rischio o deficit.

Gli studi condotti

Una ricerca pubblicata sulla rivista  Aging Clinical and Experimental Research mostra infatti una potenziale associazione tra livelli più alti di vitamina D. O meglio “assenza di una carenza di vitamina D” ed un ridotto tasso di letalità di Covid-19. Ciò non vuol dire, quindi, che siano raccomandati degli integratori.

Lo studio, di cui gli autori avevano mostrato già i risultati in pre-pubblicazione alla fine di aprile, ha trovato associazioni tra bassi livelli medi di vitamina D, un alto numero di casi Covid-19 e tassi di mortalità in 20 Paesi europei.

Lee Smith della Anglia Ruskin University (ARU) e Petre Cristian Ilie, capo urologo del Lynn NHS Foundation Trust della Queen Elizabeth Hospital, e il loro team sono partiti da un presupposto.

Precedenti studi avevano riportato un’associazione tra bassi livelli di vitamina D e suscettibilità alle infezioni acute del tratto respiratorio. La vitamina D ha la capacità di modulare la risposta dei globuli bianchi. Gli impedisce di rilasciare troppe citochine infiammatorie e il coronavirus è noto proprio perché capace di causare un eccesso di citochine pro-infiammatorie.

Le conclusioni a cui si è giunti

Gli studiosi hanno in particolare analizzato la situazione di Italia e Spagna. In questi paesi hanno registrato alti tassi di mortalità da Covid-19. Hanno poi mostrato come entrambi i Paesi abbiano livelli medi di vitamina D più bassi rispetto alla maggior parte dei paesi dell’Europa settentrionale.

Questo in parte perché le persone nell’Europa meridionale, in particolare gli anziani, evitano il sole forte, mentre la pigmentazione della pelle riduce anche la sintesi naturale di vitamina D.

I livelli medi più alti si trovano nel nord Europa. Ciò grazie al consumo di alcuni pesci grassi ed in particolare di olio di fegato di merluzzo. Nonché di integratori di vitamina D. Probabilmente anche dovuti ad una riduzione dei raggi solari. Le nazioni scandinave sono tra i Paesi con il numero più basso di casi Covid-19 e tassi di mortalità pro capite in Europa.

Uno studio precedente ha scoperto che il 75% delle persone in posti come ospedali e case di cura, era gravemente carente di vitamina D. Suggeriamo che sarebbe consigliabile eseguire studi dedicati esaminando i livelli di vitamina D in pazienti COVID-19 con gradi diversi di gravità della malattia – dice Ilie.

Il nostro studio presenta tuttavia delle limitazioni, anche perché il numero di casi in ciascun Paese è influenzato dal numero di test eseguiti, nonché dalle diverse misure adottate per prevenire la diffusione dell’infezione. Infine, e soprattutto, bisogna ricordare che la correlazione non significa necessariamente causalità”.

Le considerazioni

Oltre a diminuire il numero di decessi, la vitamina D potrebbe anche diminuire il numero dei casi. Secondo gli studiosi avrebbe infatti un ruolo legato all’Ace2, l’enzima di conversione dell’agiotensina2, quella sorta di accesso che il virus usa per entrare nelle cellule.

In realtà Ace2 è presente anche nel sangue, dove invece agisce come anticorpo neutralizzante, in questo caso favorito dalla vitamina D.

Gli autori dello studio hanno dimostrato che nei giovani colpiti la sua diminuzione è inferiore a quella degli adulti, e nelle donne è meno che negli uomini.

Questi dati vanno a confermare quelli già emersi nello studio tutto italiano dell’Università di Torino condotto a marzo.

In conclusione, gli autori precisano che non si tratta di assumere la vitamina D come fosse una panacea. Ciò anche e soprattutto alla luce del fatto che altri fattori determinano la gravità della malattia. Sono questi solo i risultati di uno studio su un campione di popolazione e non si sostituiscono ai pareri della classe medica.

Pertanto occorre prendere con le molle i risultati di questo studio. La strada della ricerca è ancora lunga e per il momento non vi sono certezza. Gli studi sono in corso e speriamo che quanto prima le caratteristiche di questo virus non abbiano più segreti ed, anzi, ci sia un vaccino efficace.